L’ombra della luna nuova – Valeria Marzoli

Trama

L'ombra delal lunca 3Nella notte del 19 gennaio 1931, Filippo Suarato, violento e affascinante usuraio di Castellammare di Stabia, viene ucciso con tre colpi di pistola. Mentre si avvicina lo storico evento del varo dell'”Amerigo Vespucci” che coinvolgerà l’intero Paese, spetterà al giovane maresciallo dei Carabinieri, Domenico Parescandalo, nel breve periodo di un mese, indagare sull’omicidio, non avendo remore di mettere a nudo i segreti più scabrosi della città tenuta in scacco dalla pioggia e dal gelo di quell’inverno. L’usura, i bordelli, la femme fatale, ‘a rrobba mia, le leggi fasciste e quelle del cuore, un dialetto affascinante, l’italiano che unisce, ‘o Rre, la donna fascista che deve essere moglie e madre, la traversata oceanica di Italo Balbo, i demoni del passato, l’odio, l’ammore, ecco i temi che scorrono in questo thriller corale giocato tutto sull’importanza dei particolari, che ci offre uno spaccato della vita di provincia e dell’Italia fascista dei primi anni del Novecento.

Recensione a cura di Antonia Ercoli

A Castellammare di Stabia, una fredda mattina di Gennaio, viene rinvenuto il cadavere di un uomo,  freddato da tre colpi di arma da fuoco. Da questo omicidio partono i fili che si intrecciano nella narrazione di questo bellissimo romanzo di Valeria Marzoli.

L'ombra della luna 1Il corpo che viene rinvenuto all’alba del 19 gennaio del 1931 è quello della figura più temuta e più odiata della città, Filippo Suarato, ‘o rre ‘e Castiellammare, un uomo senza scrupoli che non ci pensava due volte a ridurre sul lastrico la povera gente, privandola pian piano tutti gli averi per ripianare i debiti, fino a togliere il valore più importante, quello della dignità. Questo è un romanzo corale, in cui tutta la popolazione di Castellammare è coinvolta, nessuno piange la morte di quest’uomo e tutti avrebbero un buon motivo per volerlo vedere morto: la scomparsa dell’usuraio è come una liberazione per  i suoi numerosi debitori. Siamo in periodo in cui la vita non è affatto facile come vorrebbe far credere il Regime, per le leggi del fascismo l’usura non esiste, ma nelle case della povera gente si deve fare i conti con la povertà e con i soldi che non bastano mai: è questo il contesto in cui si muove la figura di Filippo Suarato, un uomo meschino ma allo stesso tempo tormentato nell’animo che si circonda di averi preziosi, (spesso sottratti alla gente onesta) ma anche di immagini sacre, come in una ricerca del Divino. Accanto ad un uomo come Suarato deve comparire una donna degna dell’ideale fascista, al servizio della famiglia, la madre amorevole che dà figli alla Patria e che deve garantire un figlio maschio per assicurare la discendenza della famiglia, visione che però si scontra con una figura femminile in cerca di emancipazione, ma a cui la povertà e i debiti impongono un matrimonio non voluto e certamente infelice.L'ombra della luna 2

Devo dire che questo romanzo è stata una bellissima scoperta. L’autrice ci offre un ritratto genuino e autentico dei dintorni di Napoli degli anni ’30: la descrizione degli odori, dei colori, delle canzoni napoletane che si diffondono nell’aria ci trasportano indietro nel tempo in un piacevolissimo viaggio sensoriale, in cui l’alternanza tra il dialetto napoletano e la lingua italiana ha una funzione fondamentale. Sullo sfondo di questo meraviglioso paesaggio operano e interagiscono personaggi genuini, presi dalla vita di tutti i giorni, il fruttivendolo con suo asinello, che porta colori, profumi e allegria per le strade della città ed ha un debole per il gioco del lotto, il pasticciere, l’operaio dei cantieri navali che lavora alla costruzione della maestosa Amerigo Vespucci che sta per essere varata di lì a pochi giorni, il nobile viveur, i bordelli, il giovane maresciallo già provato dalla vita, una figura malinconica ma molto empatica. C’è moltissima umanità in questo libro,  la fame e la miseria portate dalla guerra sono piaghe ancora non del tutto debellate per cui in questo contesto la figura dell’usuraio si muove a proprio agio, approfittandosene meschinamente. Ma sarà una questione di soldi il movente dell’assassinio di Suarato? Non voglio anticipare nulla, perchè questo giallo va assaporato dalla prima all’ultima pagina.

L'ombra delal lunca 4.jpegCopertina flessibile: 195 pagine

  • Editore: Kairòs (1 dicembre 2016)
  • Collana: Maigret
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8899114579
  • ISBN-13: 978-8899114572

 

 

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Calpurnia, l’ombra di Cesare – Sonia Morganti

Trama

Cresciuta nello stimolante ambiente della villa paterna ai piedi del Vesuvio, meta di intellettuali e artisti, all’età di diciotto anni Calpurnia viene scelta come moglie di Cesare, e deve imparare a conciliare discrezione e presenza, a essere al di sopra di ogni sospetto senza perdere se stessa. Dopo la partenza di Cesare per la Gallia, terribili prove aspettano Calpurnia, che capisce di dover agire sempre come se il marito fosse lì al suo fianco, di doverne anzi essere l’ombra a Roma: l’ombra perfetta della luce più brillante.

Recensione a cura di Francesca Giovannetti

Se mi avessero chiesto chi fosse CalpurniaCalpurnia prima di aver letto questo libro avrei alzato le spalle con noncuranza e risposto: “Boh!”. E proprio da qui è partito il mio viaggio. Molto poco la storia ci ha tramandato riguardo a Calpurnia, l’ultima moglie di Cesare. Brevemente ce ne parlano gli storici Svetonio, Appiano e Plutarco.
Ho divorato questo libro con addosso una sensazione costante: finalmente qualcuno ha reso giustizia a questa donna. E non uso la parola giustizia con leggerezza, come frase fatta, ma come una realtà non discutibile. L’autrice la definisce “l’ombra di Cesare” e indubbiamente nell’antica Roma ogni donna era l’ombra del marito; infatti la sua considerazione e posizione sociale dipendevano dal coniuge. Calpurnia è quindi, come la definisce l’autrice attraverso le riflessioni della protagonista, “l’ombra del sole più brillante”. Calpurnia cresce ad 037-herculanum.jpgErcolano, frequentando nella villa del padre filosofi e poeti, come Lucrezio e Filodemo, emancipandosi culturalmente come donna ma ben sapendo quale sarebbe stato il suo futuro come romana. Amata e rispettata oltre ogni misura da un padre affettuoso e amorevole, fuori dagli schemi della tradizione romana Calpurnia è sposa di Cesare dal 59 a.C. fino alla morte di costui, nel 44 a.C.. La scelta di prendere in sposa Calpurnia è dettata dall’opportunità politica di Cesare di legare a sé Lucio Pisone, valido uomo politico. Quindici anni di matrimonio di cui pochissimi condivisi; sono infatti gli anni delle campagne militari di Cesare e della sua ascesa politica, ed egli ha ben altri interessi. Ma Calpurnia accetta il proprio ruolo con devozione, consapevole di dover esser sempre al di sopra di ogni sospetto, impeccabile nel comportamento dentro l’aristocrazia romana. Questa sua incrollabile fedeltà al marito e ai costumi la rendono una figura eccezionale. Sopporta stoicamente due grandissime umiliazioni: non essere riuscita a dare un erede al marito e vederne arrivare a Roma l’amante, Cleopatra, e il figlioletto. Calpurnia stessa scrive, dopo la morte di Cesare:

Cleopatra_and_Caesar_by_Jean-Leon-Gerome
Cleopatra e Giulio Cesare, di Jean-Léon Gérôme (1866)

Ho adempiuto al mio dovere di moglie con onestà, modestia e tenacia. E altro non dirò e non voglio dire”.

I pregi di questo romanzo sono molti: l’accuratezza nella ricostruzione storica di usi e costumi quotidiani, dal cibo , al vestiario, alle attività ( come la tessitura) alle acconciature femminili. La precisione delle date, del luoghi e dei nomi.
Quello che merita però di essere notato sopra ogni cosa è la naturalezza e la semplicità nella quale il mondo romano si snoda all’interno del romanzo. L’autrice riesce ad aprirci una finestra sull’antica Roma con un’armonia e una leggerezza fuori dal comune; non si “scade” nei tecnicismi, non si ha mai la sensazione di stare ricevendo una lezione di storia. Quando ho terminato il libro mi è sembrato di aver camminato per le strade di Roma e questo, per me, è il punto di forza di questa promettente autrice.
Voglio in ultima analisi aggiungere un’altra difficoltà, abilmente superata, a cui la stessa autrice fa riferimento nella postfazione:

“Quando ho iniziato a scrivere di Calpurnia, però, mi sono sempre stati chiari due punti. Il primo era che dovevo staccarmi da me stessa e dal mio modo di vedere il mondo. Il secondo era che stavo scrivendo di persone realmente vissute, non importa quando: dovevo e volevo rispettarle. “

Il secondo punto poteva essere accessibile a molti. Ma scrivere dei doveri di una matrona romana senza criticarli, deriderli od osteggiarli, credo sia stata un’enorme fatica. In un momento storico dove ancora le donne devono battersi per i propri diritti, riuscire a far accettare al lettore la normalità della condizione di Calpurnia nel fluire della storia, è stata, a mio avviso, un’impresa titanica.
Mi posso solo augurare che questo libro sia solo il primo di una lunga serie, scritto con competenza, semplicità e passione.

Senza titolo


Copertina flessibile:
 341 pagine

Editore: Leone (17 settembre 2015)

Collana: Orme

Lingua: Italiano

ISBN-10: 8863932549

ISBN-13: 978-8863932546

Link diretto: http://www.leoneeditore.it/catalogo/index.php?main_page=product_book_info&cPath=6&products_id=255

Il serpente e la rosa – Lisa Laffi

Trama

Quando Bianca Riario è costretta ad abbandonare Roma per ritirarsi nella residenza di Forlì, è ormai rassegnata a un ruolo di secondo piano all’ombra della madre, Caterina Sforza. Guidata dallo storico Leone Cobelli, apprenderà tuttavia la complessità delle relazioni politiche che coinvolgono la sua famiglia, fino a comprendere il tradimento che si sta consumando ai danni del dscn2527.jpgSerpente degli Sforza e della Rosa dei Riario. Unico indizio nelle sue mani, alcune quartine dal significato oscuro che parlano di complotti, in anni in cui è sempre più difficile distinguere alleati e nemici. Tra congiure e lotte per mantenere il potere, Bianca e Caterina tengono tra le mani le sorti della Romagna anche quando ogni speranza sembra vana.

Recensione a cura di Nicolò Marino

Un romanzo ben costruito, che delinea perfettamente il quadro storico del Rinascimento italiano. 4417.jpgLa storia viene descritta dal punto di vista di Bianca Riario, figlia di Caterina Sforza. L’autrice mette in evidenza il suo carattere forte e che sin da piccola entra nella vita politica, grazie anche all’aiuto del suo maestro, Leone Cobelli.
La figura storica di Caterina Sforza emerge come una donna forte, capace di influenzare alcune mosse politiche all’interno dei vari stati che dominavano la penisola all’epoca. Fiera nel difendere con orgoglio il piccolo stato di Forlì e ottenendo, giustamente, il soprannome di Tigre della Romagna.
Grazie al suo modello, la giovane Bianca cresce quasi a sua immagine cercando di imitarne il temperamento. Entrerà in contatto con figure illustri del periodo, in particolare Ludovico il Moro, duca di Milano.
Proprio alla sua corte incontrerà due delle persone più importanti della sua vita. Il grande artista Leonardo da Vinci, con il quale intesserà una sincera amicizia e scambierà alcune lettere nell’arco di svariati anni,144164 ottenendo anche la promessa di ricevere un ritratto che la immortali.
Ben più significativo è l’incontro con Troilo de’ Rossi, nobile decaduto lombardo che farà breccia nel suo cuore. Sarà una figura importante per il resto della sua vita.
Lo stile dell’autrice è pregevole e molto coinvolgente. Rende scorrevole e appassionante ogni dettaglio della trama e le nozioni storiche molto accurate mi hanno fatto immergere nella vita quotidiana di ogni personaggio. Non ha mai tediato e mi ha catapultato nel mondo di Bianca Riario, facendomi vivere le sue emozioni, le gioie e le vicende tristi che hanno accompagnato la sua esistenza. Mi è sempre piaciuto il periodo storico di ambientazione e ho molto apprezzato l’intreccio narrativo con cui ha collegato tutti i personaggi presenti nel romanzo.
Lo consiglierei agli amanti del genere, ma anche a chi sta cercando una lettura interessante ricca di pathos.

Senza titoloFormati disponibili: Cartaceo

Lunghezza stampa: 330

Editore: I Doni Delle Muse (1 gennaio 2015)

Disponibile: Sugli store on-line

Lingua: Italiano

ISBN: 9788899167127

Link Casa Editrice: https://idonidellemuseedizioni.wordpress.com/pubblicazioni/il-serpente-e-la-rosa/

 

Il giardino dei cosacchi – Jan Brokken

Dopo il clamoroso successo di Anime Baltiche, Jan Brokken torna con l’attesissimo romanzo su Fëdor Dostoevskij

Trama

Un uomo «esiliato, tormentato, umiliato e risorto con le sue ultime forze», che vive la scrittura come una necessità febbrile e un’ossessiva indagine sul lato oscuro dell’animo umano, in perenne lotta con i debiti, la malattia e una vita estrema in cui riecheggiano tanti motivi dei suoi capolavori letterari.

San Pietroburgo 1849, DostoFëdor Dostoevskij è davanti al plotone d’esecuzione, accusato di un complotto contro lo zar. Solo all’ultimo secondo viene risparmiato dalla morte e deportato in Siberia. Il ventenne Alexander von Wrangel, barone russo di origini baltiche, ricorda bene la scena quando qualche anno dopo è nominato procuratore della città kazaca dove Fëdor sta ancora scontando la pena, nella logorante attesa della grazia. Due spiriti affini, uniti dal fervore etico e intellettuale e innamorati perdutamente di due donne sposate: il giovane baltico della femme fatale Katja, e Dostoevskij della fragile ed eternamente infelice Marija. Confidenti, complici e compagni di sventura, Fëdor e Alexander si aggrappano uno all’altro come a un’ancora di salvezza nella desolazione siberiana, riuscendo a ritagliarsi un rifugio nel «Giardino dei cosacchi»,2 vecchia dacia in mezzo alla steppa che diventa un’oasi di pensiero e poesia nella corruzione dell’Impero. In un appassionante romanzo «russo» basato su documenti, memorie e lettere giunte fino a noi, Brokken racconta un’amicizia che si intreccia alla storia politica e letteraria di un paese e attraverso la voce del barone Von Wrangel ricompone un ritratto intimo del grande autore ottocentesco. Un uomo «esiliato, tormentato, umiliato e risorto con le sue ultime forze», che vive la scrittura come una necessità febbrile e un’ossessiva indagine sul lato oscuro dell’animo umano, in perenne lotta con i debiti, la malattia e una vita estrema in cui riecheggiano tanti motivi dei suoi capolavori letterari.

Recensione a cura di Thomas Buratti

La passione per la Russia e per Dostoevskij mi ha convinto a comprare questo libro a occhi chiusi, avendo capito dalla sinossi che avrei letto della storia romanzata dell’amicizia tra lo scrittore russo e il più giovane barone Alexander von Wrangel, durante l’esilio siberiano di Dostoevskij, ma con accenni anche al periodo precedente e successivo alla condanna voluta dallo Zar. Una bella amicizia (ma con un finale che mi ha sconcertato non poco) vera e sincera, tante belle riflessioni e un modo di pensare tipico dei russi che ho adorato in tanti altri romanzi divenuti dei classici. Ma questo è soprattutto il diario in prima persona (ricostruito minuziosamente dagli scritti e dalle lettere ritrovate e ben conservate di von Wrangel e con vari elementi di fantasia in aggiunta, per una migliore integrazione al romanzo, a detta dell’autore) del barone e lo scrittore non compare sempre. Anzi, in diversi capitoli viene appena citato oppure non vi è proprio per niente, e proprio questi sono stati per me meno interessanti e meno avvincenti (ma utili comunque per capire il pensiero russo e le vicende dell’epoca. Ma io sono fissato con Dostoevskij, che ci devo fare?). Comunque, in generale, una lettura molto ben scritta e non particolarmente noiosa.
L’autore olandese si è ben immedesimato nell’epoca e nella mente del barone, cercando anche di usare uno stile di scrittura e un lessico appropriato e sempre credibile, raccontando molte delle sue vicende personali e di chi gli stava a cuore. Più colpi bassi e disgrazie che momenti felici, purtroppo. Ma questa è un’altra storia, è stato un periodo turbolento per tutti. Leggendo è anche possibile rendersi conto dell’assurdità di certe situazioni di quel tempo e capire come funzionava il pensiero comune russo. Un ottimo e incredibile lavoro, Jan.

cover


Il giardino dei cosacchi
Jan Brokken

Traduttore: C. CozziC. Di Palermo
Editore: Iperborea
Collana: Narrativa
Anno edizione: 2016
Pagine: 420 p. , Brossura
EAN: 9788870914719

La cripta dei libri profetici – Davide Mosca

Trama

Un frammento del più importante e misterioso libro di oracoli dell’antichità è ricomparso dopo duemila anni: questa è la notizia che Oscar Bianchi porta al professor Lazzari, esperto internazionale di antichità romane, conosciuto nell’ambiente archeologico per la sua abilità nello smascherare i falsi storici.cripta 1 Bianchi riesce a convincere Lazzari a seguirlo, per stabilire l’attendibilità dell’incredibile reperto e per ritrovare la parte mancante. Ma il monaco che aveva promesso di condurli al nascondiglio dei libri scompare improvvisamente nel nulla, lasciando soltanto un criptico taccuino pieno di strani versi, immagini e simboli da interpretare. Affascinato dalla decifrazione di quegli indizi e mosso da un’irresistibile sete di conoscenza, Lazzari comincerà a farsi guidare da quelle pagine, che lo condurranno prima a Cuma  e poi in una serie di luoghi carichi di mistero. Ma la ricerca si rivelerà più complicata del previsto, e l’incontro con ambigui personaggi la renderà anche molto pericolosa…

Davide Mosca
Laureato in Storia Antica ha discusso una tesi dedicata alla fondazione di Roma. Il suo esordio è con Il Profanatore di Biblioteche Proibite. Nasce a Savona nel 1979.

Recensione a cura di Michela Maino

Se ti porti a casa due saggi, almeno un romanzo te lo devi concedere altrimenti diventi troppo seria e il mese lo senti pesante… Ed ecco che ho deciso di prendere questo romanzo. Non che morissi dalla voglia, ma volevo leggere qualcosa di diverso…
La trama è ben sviluppata senza essere pesante e dispersiva. L’autore ha la capacità di portare in viaggio il lettore e di non lasciarlo pago finché non si arriva alla fine.
Sicuramente da questo romanzo si può ben capire quanta passione ci sia per la storia antica e le sue leggende.
Sebbene non sia un’appassionata di storia, men che meno di storia antica devo dire che il romanzo sa attrarre il lettore al punto che tutte le riflessioni e analisi su fatti storici più o meno verificabili non appesantiscono la lettura e non distraggono in alcun modo, al più riescono a solleticare la curiosità.

sibillathumbQuesto libro ha la bellissima idea di iniziare ai giorni nostri, ed è quindi più facile immedesimarsi nella trama, lasciarsi guidare dalle valutazioni ed elaborazioni del protagonista, l’esperto storico incaricato di ritrovare i Libri Sibillini, per cui un ricco personaggio è disposto a pagare una fortuna.

Dalla tranquilla cittadina di Ventimiglia, dove Lazzari dovrebbe essere in anonimato ma viene raggiunto da inquietanti avvertimenti, ecco che Davide Mosca ci porta dapprima in una antica abbazia cistercense, la badia di Tiglieto, da dove avrà inizio il tutto. Sarà infatti proprio tra quelle mura che Lazzari riceverà una sorta di mappa per il ritrovamento dei Libri Sibillini ripercorrendo la leggenda della Sibilla Cumana.

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In verità il mistero si infittisce dapprima con il priore che non si presenta all’incontro accordato con Oscar Bianchi e successivamente attraverso i colpi di scena che non mancheranno.

Sarà proprio questa mappa che ci guiderà attraverso le cripte di Roma, le meraviglie archeologiche della Turchia per ritornare in Italia nella bellissima Siena, il tutto per trovare i libri del destino…

Perché sebbene l’uomo di oggi sembrerebbe in grado di gestire tutto, in realtà ha bisogno di quella magia, di quel senso di mistero che nei tempi antichi faceva parte della quotidianità.

Credo sia un libro rilassante per tutti, nonostante i colpi di scena – comunque privi di violenza – e addirittura stimolante per coloro che si appassionano alla storia antica mista ad archeologia.
Buona lettura!

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Pagine
: 307

Editore: Newton Compton Editori (I^ edizione aprile 2013)

Disponibile: nelle librerie e sugli store on-line

Lingua: Italiano

ISBN: 978-88-541-6199-3

Link diretto: https://www.newtoncompton.com/libro/la-cripta-dei-libri-profetici

Storia del Libro e della Scrittura – La Carta

Sesta Puntata della Storia della Scrittura a cura della nostra esperta Paola Milli

Se papiro e pergamena erano due supporti piuttosto difficili da produrre e quindi costosi, la materia scrittoria che contribuì alla relativa diffusione dell’alfabetismo in Europa nel basso medioevo e in età moderna fu senza dubbio la carta.

La sua fabbricazione iniziò nel II secolo d. C. nell’Impero Cinese. Secondo la tradizione l’inventore di questo materiale fu l’eunuco dignitario di corte Ts’ai Lun nel 105 d. C. I più antichi documenti cartacei pervenutici sono alcune lettere del 137 d. C.

In Cina la carta, fabbricata con vegetali e stracci, sostituì altri supporti come il legno, il bambù e la seta.

Fuori dalla Cina, questa materia scrittoria fu conosciuta solo dal 751 quando gli Arabi, appresa la tecnica produttiva in seguito alla cattura di due fabbricanti cinesi, impiantarono la loro prima fabbrica a Samarcanda. Di là la conoscenza e la produzione si diffusero a Bagdad, Damasco, in Persia, in Armenia e in Egitto.

La carta araba, fatta di stracci con collante d’amido, giunse in Spagna attraverso il Marocco nel X secolo e la prima cartiera europea fu impiantata dagli Arabi a Xativa nel 1151.

In Italia, la carta venne utilizzata dal XII secolo prima in Sicilia poi a Genova e a Venezia.

Le prime cartiere italiane di cui abbiamo notizia dal 1276 sono quelle di Fabriano dove nel 1320 operavano 22 fabbriche. Fondamentale per la costruzione delle cartiere era la presenza di corsi d’acqua in zona.

Nel Duecento entrarono in funzione cartiere ad Amalfi, Bologna e in Friuli. Nel secolo successivo la carta italiana, oltre al mercato locale, conquistò i paesi del nord Europa.

La tecnica di fabbricazione nell’Europa medievale rimase sostanzialmente invariata fino al XVIII secolo.

17690667_10209187453339547_1168778118_nGli stracci, selezionati, lavati e sfilacciati venivano fatti macerare in tini pieni d’acqua finché si riducevano in pasta. Nei tini erano poi immerse e quindi estratte le forme costituite da telai rettangolari di legno che trattenevano una rete di fili metallici disposti in senso orizzontale (vergelle) e verticale (filoni), nonché la filigrana che, visibile in trasparenza, permetteva di identificare la cartiera produttrice a seconda del disegno che poteva essere ad esempio, una scala o un paio di forbici.

Le forme – nelle quali era rimasto uno strato di pasta uniforme – venivano svuotate e lo strato di pasta era messo ad asciugare. Si creavano così i fogli che erano in seguito immersi in colla animale, compressi, asciugati ed impaccati.

17692278_10209187451419499_1619363446_oI formati dei fogli prodotti in Italia sono indicati su una lapide del XV secolo attualmente conservata nel Museo Civico di Bologna e sono:

imperiale, cm. 74 x 50;

reale, cm. 61,5 x 45,5;

mezzano, cm. 51,5 x 34,5;

“rezuto”, cm. 45 x 31,5.

17741194_10209187455659605_2052813608_nIl formato del libro variava a seconda che fosse in folio (un foglio di carta piegato in due), in quarto (foglio piegato in quattro), in ottavo (foglio piegato in otto) ecc.

Per identificare il formato di un libro si prendono generalmente in considerazione l’orientamento di filoni e vergelle, la posizione della filigrana, il numero delle carte che costituiscono il fascicolo, le dimensioni del foglio.

A seconda del tipo di testo si usava un formato specifico: la tipologia dei testi in quarto era varia; dai testi di letteratura più popolare alle opere cavalleresche. Fra il XV e il XVII secolo era il formato più diffuso in Italia perché maneggevole e robusto.

17742422_10209187456659630_1495327279_nL’ottavo era utilizzato per opuscoli, libretti devozionali, canzonieri e classici.

Il sedicesimo era, fino al Quattrocento, il formato dei libretti liturgici e, nel Cinquecento, divenne quello delle edizioni di classici italiani e latini. Nel Seicento si usava per commedie, almanacchi, poesie.

In trentaduesimo si stampavano dapprima opere devozionali e, dal Cinquecento, testi di poeti come, ad esempio, Torquato Tasso.

Il più piccolo formato conosciuto è il 128°, di cui si può citare l’edizione Plantin del 1570 conservata al museo Plantin-Moretus di Anversa.

 

 

 

Alga Bruna – Roberto Squillante

Trama

Una morte improvvisa nella baia di San Francisco, legata a un virus sconosciuto, mette in allerta le autorità. E il mondo intero è in ginocchio.
Intanto, in Sicilia, una giovane ricercatrice fa una scoperta legata a un antico mito, divenuto tragica realtà.

“Devo concludere in fretta. Non credo che mi restino più di sei mesi di vita. Se è vero quello che ho capito dal vecchio pescatore, nascosta in fondo al mare potrebbe esserci una cura. Un farmaco. Mi piacerebbe lasciare come ricordo della mia vita qualcosa che possa aiutare gli altri.”

Scatta allora una corsa contro il tempo, mentre le maglie delle multinazionali farmaceutiche soffocano ogni velleità di conoscenza.
In questo medical thriller, il crimine si scontra con i più antichi segreti che vengono dalle profondità del mare.

Recensione a cura di Michela Maino

Quando mi hanno chiesto se mi sarebbe piaciuto leggere un nuovo romanzo storico ho dato subito la mia disponibilità. Ammetto che non sono mai stata un’amante della storia, forse perché studiare prettamente guerre, lotte di potere e prevaricazioni di popoli su altri popoli mi annoiava, non ne capivo il senso, così come non lo capisco oggi. Io ho sempre amato la geografia e la storia geografica, nonché la geografia economica, ossia quelle materie che permettono di capire la natura di un dato territorio, i suoi pregi, i suoi difetti e le sue potenzialità, nonché i suoi limiti.
Devo dire però che Alga Bruna mi ha letteralmente riportata – per brevi momenti – a quelle epoche storiche che mi piacevano, ossia quei periodi che narrano le vicissitudini delle popolazioni che hanno contribuito a rendere grande l’evoluzione della razza umana.
È una lettura che fa riscoprire il piacere della lettura dei romanzi storici e come romanzo d’esordio ci mostra come l’autore, Roberto Squillante, voglia sottolineare l’importanza del passato unito alla volontà odierna di fare qualcosa per gli altri.

Non si trascura di fare cenno ai sotterfugi e ai loschi giochi di potere dei giorni nostri, anche a discapito della stessa umanità, ma nemmeno si vuole dare troppo spazio a questi atteggiamenti negativi.
Sembra che si voglia sottolineare come, nonostante i personaggi senza scrupoli che albergano il nostro quotidiano, nonostante gli interessi economici e la loro prevaricazione sui valori quali l’altruismo e la solidarietà, ci siano tanti semplici uomini e donne che lavorano ogni giorno senza chiedersi cosa verrà in tasca a loro bensì come fare per migliorare il mondo che lasceranno agli altri.
È sicuramente centrale il tema della ricerca e di quanto sia importante sostenerla e stimolarla affinché le scoperte siano a beneficio di tutti.
Le ricerche di laboratorio unite alla ricerca attraverso le preziose informazioni lasciateci da chi ci ha preceduto negli anni, nei secoli e nei millenni, consentono di fare rete per un vivere più consapevole e solidale.
Va inoltre considerata la scelta della città in cui collocare il punto di contatto tra il presente e l’epoca fenicia.

MazzaraMazara del Vallo è una città costiera ricca di cultura e storia, nonché bellezze naturalistiche, tanto da meritare la definizione, da storici ed intellettuali, “il balcone del Mediterraneo”. Terra di frontiera tra i Greci ed i Fenici era un importante centro commerciale durante il periodo romano (827 d. C.) ed è stata sotto la dominazione araba per tre secoli, fino all’arrivo dei Normanni (1072 d.C.). Qui nacque il primo Parlamento Siciliano nel 1097 per volere del Conte Ruggero.

Satiro DanzanteLa sua costa rocciosa sorge su un mare cristallino, paradiso per gli appassionati di subacquea, ed è da queste acque che è stato riportato alla luce il Satiro Danzante, statua bronzea risalente al IV secolo a. C. rinvenuta nella primavera del 1998 nel canale di Sicilia durante una battuta di pesca.

Una pecca, a mio avviso, di questo romanzo – che ha una bellissima trama – è la mancanza di una puntuale descrizione dei luoghi e delle situazioni che permetta al lettore di ritrovarsi completamente immerso nella lettura immedesimandosi completamente. La presentazione dei personaggi, i loro dialoghi e le loro riflessioni sono chiari ma fin troppo sintetici.

Ciò che più mi è mancato in questa lettura – al di là delle descrizioni di cui sopra – è l’elemento fondamentale del thriller, ossia l’antagonista che dona colpi di coda tremendi tali da rimettere in discussione tutto e quindi dare l’idea che qualcosa possa andare storto.

C’è si un antagonista, ma oltre ad una descrizione narrata e un intervento che non crea un minimo di tensione, ecco che scompare come una bolla di sapone.

Essendo la prima opera dell’artista non vedo l’ora di poterne leggere i prossimi romanzi.

 

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159 pagine

Editore: Astro edizioni (marzo 2017)

Lingua: Italiano

Link diretto: http://www.astroedizioni.it/catalogo-libri/thriller-e-gialli/alga-bruna/

La riabilitazione e la morte

Nel 1474, anche grazie all’influenza del Principe di Moldavia, Stefano il Grande, Vlad l’Impalatore venne riabilitato e rilasciato. Dopo il suo rilascio, Vlad l’Impalatore iniziò i preparativi per la riconquista della Valacchia e nel 1476, con il sostegno ungherese, invase il paese. La sua piccola forza consisteva in pochi valacchi fedeli, un contingente di moldavi inviato dal suo cugino, il Principe Stefano il Grande di Moldavia, un contingente di Transilvani sotto il loro Principe, Stefano Bathory e pochi boiardi valacchi insoddisfatti.
Il fratello di Dracula, Radu, era morto un paio di anni prima ed era stato sostituito sul trono della Valacchia da un altro candidato turco, Basarab il Vecchio, un membro del clan Danesti. All’avvicinarsi dell’esercito di Dracula, Basarab il Vecchio e la sua corte fuggirono, alcuni verso la protezione dei Turchi, altri al riparo delle montagne. Nel novembre del 1476 Dracula aveva riconquistato il trono della Valacchia.

Dopo l’immissione di Dracula sul trono, Stephen Bathory, tornò in Transilvania portando con se la maggior parte del suo esercito e lasciando la posizione tattica di Dracula molto debole. Dracula ebbe poco tempo per riorganizzare le sue forze, prima che un grande esercito turco entrasse il Valacchia determinato a far tornare Basarab il Vecchio sul trono.
La crudeltà di Dracula nel corso degli anni avevano convinto i boiardi che avrebbero avuto una maggiore probabilità di sopravvivere sotto il principe Basarab. A quanto pare, anche i contadini, stanchi dell’Impalatore, lo abbandonarono al suo destino. Dracula fu costretto a marciare per incontrare i turchi con le piccole forze a sua disposizione, un po’ meno di quattro mila uomini.Vlad 6

Dracula fu ucciso in circostanze misteriose durante una battaglia contro i turchi nei pressi della città di Bucarest, nel dicembre del 1476. Alcuni rapporti dicono che sia stato assassinato dagli sleali boiardi valacchi proprio mentre stava per spazzare via i turchi dal campo. Altri raccontano che Dracula cadde in battaglia, circondato dai corpi delle sue fedeli guardie del corpo moldave (le truppe del principe Stefano il Grande di Moldavia rimase con Dracula, dopo che Stephen Bathory tornò in Transilvania). Ancora altri rapporti sostengono che Dracula, al momento della vittoria, fu accidentalmente colpito da uno dei suoi uomini.
Il corpo di Dracula venne decapitato dai turchi e la testa fu inviata a Costantinopoli, dove venne mostrata al sultano sulla punta di un palo, come prova che l’impalatore era finalmente morto.
Non si sa con esattezza dove siano conservati i suoi resti. Una ipotesi è che il corpo di Vlad l’Impalatore possa essere situato presso il Monastero Comana. Un’altra ipotesi è che Vlad l’Impalatore sia sepolto di fronte all’altare del Monastero di Snagov, su di un’isola vicino Bucarest dove, nel 1935, venne esumato un corpo riccamente vestito, ma decapitato

 

Gli anni della prigionia

Nel 1462 Dracula fuggì in Transilvania per cercare l’aiuto del re d’Ungheria Matthias Corvinus, quando l’esercito turco conquistò la Valacchia. Invece di ricevere l’assistenza che prevedeva, il Re lo fece arrestare ed imprigionare in una torre nei pressi di Buda. La durata esatta della prigionia di Vlad l’Impalatore è dubbia, anche se si presume che sia durata dal 1462 fino al 1474….
Per la maggior parte del periodo di carcerazione di Dracula, suo fratello Radu il Bello governò la Valacchia come vassallo del sultano ottomano. Quando Radu morì (ca. 1474-1475), il Sultano nominò come Principe di Valacchia Basarab il Vecchio, un membro del clan Danesti.
Durante la sua prigionia Dracula rinunciò anche alla fede ortodossa e adottò quella cattolica. La politica apertamente a favore degli Ottomani del nuovo Principe di Transilvania, Radu e del suo successore Basarab il Vecchio, fu un fattore importantissimo nella riabilitazione di Dracula.
Vlad 5Anche se i racconti russi indicano che Vlad sia stato imprigionato dal 1462 fino al 1474, pare che il periodo di effettiva prigionia di Dracula sia stato di circa quattro anni, dal 1462 fino al 1466. Vlad venne liberato, ma restò a Buda sino al 1474; egli riuscì a tornare a poco a poco nelle grazie del sovrano ungherese, tanto che sposò Ilona Szilágyi, una cugina del Re e, negli anni precedenti al suo rilascio, visse con lei in una casa nella capitale ungherese.
Intorno al 1465, Ilona gli diede due figli: il maggiore, Vlad IV Dracula, che trascorse la maggior parte del suo tempo al seguito del Re Matthias Corvinus, mentre il più giovane, il cui nome è sconosciuto, fu vescovo di Oradea in Transilvania fino al 1482, quando si ammalò, per poi ritornare a Buda, dove morì.

Negli anni trascorsi tra la sua liberazione ed il 1474, quando iniziò i preparativi per la riconquista della Valacchia, Dracula risiedeva con la sua nuova moglie in una casa nella capitale ungherese.
Un aneddoto di quel periodo racconta di come un capitano ungherese inseguì un ladro sin dentro la casa di Dracula. Dracula, quando scoprì gli intrusi, uccise l’ufficiale ungherese, piuttosto che il ladro. Interrogato sul suo operato dal Re, Dracula rispose che: “un gentiluomo non entra alla presenza di un grande sovrano senza essere annunciato”, il capitano non aveva seguito il corretto protocollo e quindi dovette subire l’ira del Principe.

Vlad III – Il primo regno di Vlad III Dracula

Nel 1448, dopo aver ricevuto la notizia della morte di Vlad II Dracul e di suo figlio Mircea, i Turchi rilasciarono Dracula, ritenendolo il legittimo erede al trono di Valacchia, e gli fornirono un esercito con il quale riuscì a riconquistare il trono di Valacchia con il nome di Vlad III Dracula. In questa occasione governò per soli due mesi (ottobre e novembre), dopo di chè János Hunyadi costrinse Dracula a cedere il trono e fuggire da suo cugino, il principe di Moldavia Bogdan II, mentre János Hunyadi, ancora una volta rimise Basarab II (il pretendente del clan Danesti) sul trono della Valacchia.

L’esilio di Vlad Dracula Dracula fu costretto all’esilio per molti anni, prima di tornare a Valacchia per uccidere Vlad 3il Principe Basarab II, e reclamare il trono di Valacchia. Vlad fuggì in Moldavia, dove visse sotto la protezione dello zio, Bogdan II. Nel mese di ottobre 1451, Bogdan fu assassinato. Le turbolenze derivanti in Moldavia costrinsero Dracula a fuggire in Transilvania e cercare la protezione del nemico della sua famiglia, János Hunyadi. Colpito dalla vasta conoscenza di Vlad della mentalità e meccanismi interni dell’impero ottomano, come pure dal suo odio per il figlio del sultano, János Hunyadi si riconciliò con il suo rivale e lo fece suo consigliere. Intanto il fantoccio di János Hunaydi sul trono di Valacchia, Basarab II, aveva istituito una politica favorevole ai Turchi, mentre János Hunyadi aveva bisogno in Valacchia di un uomo più affidabile. Di conseguenza, János Hunyadi accettò l’alleanza con il suo nemico ritenendolo l’adeguato candidato ungherese al trono della Valacchia. Dracula divenne vassallo di János Hunyadi e ricevette in cambio i ducati transilvani di Faragas e Almas, già appartenuti a suo padre. Dracula rimase in Transilvania, sotto la protezione di János Hunyadi, fino al 1456, quando ebbe l’occasione di riprendere la Valacchia da Basarab II. Nel 1453 il mondo cristiano venne sconvolto dalla caduta finale di Costantinopoli. Gli Ottomani, sotto il Sultano Maometto II avevano preso Costantinopoli dopo un prolungato assedio, mettendo fine alla presenza cristiana nel Mediterraneo orientale. L’Impero Romano d’Oriente, che esisteva fin dai tempi di Costantino il Grande e che per mille anni aveva protetto il resto della cristianità dall’Islam non c’era più. Nel 1456, tre anni dopo che gli ottomani avevano conquistato Costantinopoli, minacciarono l’Ungheria con l’assedio di Belgrado. János Hunyadi decise subito un’altra campagna contro i Turchi ed invase la Rumelia ottomana ma, colpito dalla peste diffusasi nel suo accampamento, morì. Nel frattempo Vlad Dracula, che era riuscito ad assicurarsi il supporto del Re d’Ungheria Ladislao il Postumo, invase la Valacchia, riuscì ad uccidere Basarab II, che intanto si era allalleato con gli Ottomani e riprendere il trono della Valacchia; purtroppo la morte di János Hunaydi rendeva la sua permanenza quanto meno precaria. Per una volta almeno, Dracula si sentiva costretto a tentare di placare i turchi, mentre consolidava la sua posizione.