PAOLO NEGRO

Buongiorno Paolo, innanzitutto ti ringraziamo per il tempo che ci dedicherai nel rispondere alle nostre domande

Quando hai capito che avresti intrapreso la strada per diventare uno scrittore?

Sorrido e non per la domanda, ma per il termine “scrittore”. Nelle viscere di questa parola, spesso abusata, c’è comunque un che di pomposo, forse eccessivo. O almeno io lo considero tale. Per me lo scrittore non è semplicemente colui che scrive un libro o dei libri. Scrittore è colui che indiscutibilmente lo è. E non lo dice lui, lo dicono i suoi lettori. Allo stesso modo perchè smonto il sifone del mio lavandino per sturarlo, non per forza devo essere un idraulico. Anche se ho scritto cinque romanzi, di cui alcuni pubblicati all’estero e un libro inchiesta, ho ancora molta strada da fare. Ecco, io sono così: odio “tirarmela”. Non significa che voglio sminuire ciò che ho fatto, voglio semplicemente essere ben ancorato con i piedi a terra. Per rispondere poi alla domanda, non sono stato folgorato sulla strada di Damasco. Insomma, non penso che qualcuno si alzi un mattino e dica: “Ohibò, da ora faccio lo scrittore”. All’epoca del mio primo romanzo, scrivevo ormai da un ventennio come giornalista professionista nei quotidiani. Il punto, al massimo, era un altro: “Sarò in grado di scrivere un romanzo? Ho qualcosa da dire? E, sorpattutto, sarò in grado di farlo?”. “ Piacerà o mi diranno di smontare sifoni?

Quali letture prediligi? Hai un modello stilistico di riferimento?

I miei gusti per i libri sono gli stessi che ho per i film. E cioè: sono onnivoro.Per fare un esempio: un pomeriggio di tantissimi anni fa, stavo facendo zapping. Per un istante mi comparve l’immagine di un film con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (comicità che ho sempre odiato) e passai oltre. Due secondi dopo, però, tornai indietro con il telecomando perchè per un millesimo di secondo avevo visto qualcosa nei titoli di testa che non mi tornava, ma non capivo che cosa. Ebbene, cilò che avevo letto era il nome di Buster Keaton. Ma come? Buster Keaton ha fatto un film con quei due?, mi dissi stupito. E la risposta fu: “Sì, lo ha fatto”. E lo guardai, apprezzando la grandezza di Buster Keaton che da solo teneva su tutto il film. Nelle letture è la stessa cosa: leggo – e ho sempre letto – tutto ciò che mi capitava a tiro. Per quanto riguarda il modello stilistico è uno solo: far capire a chi legge ciò ho scritto. Guidarlo, portarlo “dentro” la storia. Insomma, una elebaorazione della regola giornalistica che mi disse il nio capocronista il primo giorno che varcai l’ingresso de La Stampa: “Devi scrivere per tutti. Ti deve capire la custode del palazzo, ma anche il professore dell’università”p007_1_01

Partiamo dal principio: come inizi la stesura di un tuo libro?

Ogni libro, almeno ognuno di quelli che ho scritto io, parte da un’idea. Dal nocciolo del problema. Diciamo che ne è il cuore, lo scheletro. E poi, immaginando, ma anche studiando, vesti lo scheletro, sistemi i muscoli, i capelli, gli occhi e poi i vestiti. Ma se non hai l’idea, se non sai quale devve essere il “cuore” non arrivi da nessuna parte. O almeno, non ci arrivo io.

Raccontaci il dopo: una volta che il libro è stato pubblicato, cosa succede?

Fondamentalmente t’incazzi con il mondo. Perchè per scrivere il libro ci sei tu, alla fine chi decide sei solo tu. Se scrivi una stupidaggine, è inutile far tanta strada per cercare  responsabili. Ti alzi, vai di fronte allo specchio ed hai trovato ideatore ed esecutore della stupidaggine. Dopo, quando è uscito, entri in un meccanismo di marketing, uffici stampa, distribuzione e compagnia cantante.  Quindi ti devi trasformare… E se si pensa che l’autore nel “dopo” sia solo quello che sorride alle presentazioni, ci si sbaglia di grosso. Vero che di solito sorride, ma spesso tiene la mano in tasca e si appella a Dio. Se ci sarà un errore nell’organizzazione o in quel che si vuole, magari non sarà colpa sua, ma la faccia che tutti vedranno sì. Diciamo così: l’autore, nel “dopo”, è il prototipo di Malaussène di Pennac, che di mestere faceva il “capro espiatorio” ai Grandi magazzini.untitled

Di quale periodo storico vorresti essere spettatore e perché?

Direi il Medio evo. L’ho studiato talmente tanto ( tra un libro e l’altro, almeno cinque anni) per scrivere alcuni miei romanzi che vorrei vedere con i miei occhi alcune cose che proprio chiare non mi sono ancora.

Il tuo primo libro “L’Ultimo dei Templari”: oggi, a distanza di tempo, lo riscriveresti uguale a com’è o cambieresti qualcosa? So che hai passato del tempo a Querqueville, dove è ambientato il tuo primo romanzo, mi chiedevo cosa ti ha spinto ad utilizzare proprio questo paese?

Risposta alla prima domanda: probabilmente cambierei qualcosa perchè, dopo averne scritti altri cinque, qualche malizia l’ho imparata. Tutto qui. Sul fatto che abbia scelto Querqueville dove sono stato tre volte, la risposta è semplice: credo che per scrivere un romanzo, sia indispensabile trovare un luogo che ti “trasmetta” emozioni, qualunque esse siano. Solo così saprai di avere una possibilità in più di riuscire, a tua volta, a trasmetterle in quello che scriverai. Piaccia o no, senza “cuore” ed “emozioni” non si va da nessuna parte.

Parliamo ora del tuo ultimo libro “Il nemico che gioca con i nomi”: ha una trama che si sviluppa fra Stati Uniti ed Italia, qual e’ stato il motivo della scelta del piccolo Borgo di Rosazza? 

Perchè Rosazza, riallacciandomi a quel che ho risposto alla doma2nda precedente, è un luogo che ti entra dentro. Anzi, sei tu a comprendere, appena ci metti piede, di essere piombato in un mondo diverso, fuori dai canoni. Un mondo che ha molto, veramente tanto da dire. E’ il custode di una storia quasi irreale, eppure vera.


John, il funzionario dell’ambasciata italiana in America si trova suo malgrado alle prese con due delitti e innumerevoli misteri; è un personaggio dalla personalità marcata e dall’intelligenza viva, ti sei ispirato a qualcuno o c’è un transfert con l’autore?

C’è un transfert sicuramente con me stesso. O almeno c’è con la feroce ironia con cui affronta la storia. A nome di John ti ringrazio per averlo definito intelligente, ricordando però che intelligenza e furbizia non sempre viaggiano a braccetto. Cosa che John, almeno lui, capirà forzosamente molto bene alla fine…

Il capitolo nel quale descrivi lo spartito di Guido D’Arezzo è tutto incentrato sulla musica, è una tua passione? 

La musica appassiona chiunque, quindi anche me. Nonostante sia un po’ pigro. Quand’ero ragazzo ho studiato musica e pianoforte per quattro anni. Infatti poi suonavo la chitarra.

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Il finale rimane abbastanza “aperto”, quasi appeso, ci sarà un seguito?

All’ultimo capitolo mi sono trovato di fronte ad un bivio. O chiudere con il finale classico, cioè quello dove hai solo certezze, oppure con un finale aperto dove sai perfettamente cosa accade a tutti i protagonisti, ma lascia aperta la porta sulla realtà. Io ho scelto questa seconda ipotesi. E’ un romanzo che all’ottanta per cento si basa su dati storici e reali. Credo fosse giusto far capire che la vera fine, fosse quella di lasciare al lettore la possibilità di aprire la finestra di casa sua e guardare con occhio diverso ciò che sta succedendo. Senza mai dare nulla di scontato. Insomma, un invito a tenere gli occhi aperti. Fare un seguito? Sarà la decima volta che mi viene posta questa domanda. Sinceramente quando ho finito Il nemico che gioca con i nomi non mi era manco venuto in mente, ora ci sto riflettendo.

Se volete saperne di più sull’ultimo romanzo di Paolo Negro, non vi basta che cliccare a questo link e leggere la recensione fatta per noi da Maria Pina Chessa.

https://thrillerstoriciedintorniblog.wordpress.com/2017/03/26/il-nemico-che-gioca-con-i-nomi-paolo-negro/

Ringraziamo Paolo Negro per essere stato con noi e per averci dedicato il suo tempo rilasciandoci questa bellissima intervista! Alla prossima!

 

 

Biografia

Paolo Negro, torinese, giornalista , ha lavorato nei principali quotidiani italiani per un ventennio (La Stampa, La Repubblica, Il giornale). E’ stato anche Responsabile Mass Media del Medals Plaza olimpico delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 e quindi Responsabile Mass Media della Cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi Invernali Torino 2006.

Dal 2008 ha pubblicato numerosi romanzi: “L’Ultimo dei templari”, “La Leggenda”, “Il segreto dell’arca”.

Nel 2011 ha pubblicato “Filmgate” (Editori Riuniti),  libro intervista al produttore cinematografico  Silvio Sardi sulla compravendita dei diritti tv da parte di Mediaset che è stato allegato de facto al processo Berlusconi.

Nel 2014 ha pubblicato il thriller storico “Spiritus Templi” tradotto poi da Boveda editores – settembre 2016 – per il mercato spagnolo e sud americano.

Link d’acquisto :

Il segreto dell’Arca

Spiritus Templi

 

Il nemico che gioca con i nomi

 

 

 

IL TESORO DELLE MERAVIGLIE – IMMA D’ANIELLO

Trama:

Venezia, 1758. Dopo la morte di suo padre, ucciso di notte in circostanze oscure, la vita della contessina Maria Teresa Spina è a un bivio: sposare un uomo che non ama o partire per Napoli alla ricerca del prezioso tesoro di famiglia? La giovane donna non ci pensa due volte. Viaggia da Venezia fino a Napoli, in compagnia dell’unico uomo per cui arde di passione: Marco, un affascinante soldato. Trovano ospitalità nel palazzo dei Filangieri, ma imprevisti e colpi di scena mettono in serio pericolo la vita della contessina e portano alla luce uno squallido complotto. Anche il rapporto con Marco sembra essere compromesso per sempre, a causa di un doloroso equivoco…Il tesoro delle meraviglie è una storia d’amore d’altri tempi, tra sguardi rubati e baci mancati, ma con le sfumature di un racconto d’avventura. Mentre i protagonisti si struggono di passione, la ricerca dello scrigno, i travestimenti carnascialeschi e le cospirazioni rendono il ritmo della narrazione vorticoso e avvincente.

Recensione a cura di Mariella Terra

Storia ricca di colpi di scena, di intrighi, arricchita da una storia d’amore a lieto fine. Questi sono gli ingredienti di questo libro che si muove in una Venezia nobile ma corrotta e in una Napoli borbonica, venice-1035684__340tra logge massoniche e riti satanici. Ci sono tutti gli elementi per rendere interessante la vicenda della contessina Maria Teresa Spina, rimasta improvvisamente orfana di padre, alle prese con un imminente matrimonio combinato, una madre debole e spaurita, una domestica astuta e fedele, spasimanti anziani e avidi, nobili corrotti e satanici, un amore impossibile e naturalmente…un tesoro nascosto.Teatro-SanCarlo E’ proprio questo tesoro il motore di tutti gli intrighi e la causa dei delitti che ritroviamo nella storia.  I luoghi in cui si svolge la vicenda sono tra i più belli d’Italia: Venezia con i sui canali, i suoi campielli e le sue feste di Carnevale e Napoli, con il Castel Dell’ Ovo, le sue leggende e i suoi misteri.

I due protagonisti viaggiano attraverso l’Italia divisa di fine settecento, che sta per esalare gli ultimi respiri prima di essere invasa dalla truppe napoleoniche. La nobiltà viziosa, la borghesia assetata di denaro sembrano coalizzati per rubare alla giovane protagonista i suoi sogni e il suo amore passionale, che sembra svanire in un gioco di scambi, di dubbi, di paure, e che  nello stesso tempo rimane profondo e sincero.

untitledInteressante è la presenza di una protagonista femminile in un romanzo storico: Maria Teresa si libera di tutte le imposizioni, tipiche dell’epoca e riesce a realizzare i suoi sogni tra mille pericoli e avventure.

Lo stile è semplice e la lettura scorre veloce. Si evidenziano alcune incongruenze (le carrozze a Venezia ad esempio) che, comunque non pregiudicano l’esito del libro.

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Copertina flessibile: 104 pagine

Editore: Les Flâneurs Edizioni (17 gennaio 2017)

Collana: Les Flâneurs Edizioni

Lingua: Italiano

ISBN-10: 8899500509

ISBN-13: 978-889950050

 http://www.lesflaneursedizioni.it/imma-daniello/

Il rogo

Gli ultimi drammatici momenti di Girolamo Savonarola, ascetico profeta di un rinnovamento nei costumi corrotti della Chiesa e di una riforma nelle istituzioni civili della città. Il conflitto aperto con il clero mise fine alla sua vita e alla sua visione utopistica della realizzazione terrena di un’umanità “perfettamente cristiana”.

Alle nove del mattino frate Girolam19272_t_W300_H188_M4o Savonarola e i due confratelli che ne condividevano la sorte avevano già ascoltato la messa e si erano anche comunicati. Insomma erano pronti per morire. Sulla soglia di Palazzo Vecchio un confratello strappò loro l’abito: quella sorta di degradazione fu il primo atto dell’atroce cerimoniale. Scomunicato dal papa e giudicato da un tribunale che aveva già deciso la sua morte, frate Girolamo guardò la folla che riempiva la piazza, poi percorse la passerella che dall’angolo del palazzo portava al patibolo. Un vescovo si parò davanti ai tre condannati per un’ulteriore degradazione,
ma quando ebbe di fronte frate Girolamo sbagliò la formula e disse: “Io ti separo dalla Chiesa militante e trionfante”. Savonarola lo corresse: “Solo dalla militante: l’altro non sta a te”. Il vescovo dovette ripetere la formula.

Ormai frate Girolamo non era che un rifiuto umano da consegnare al carnefice e il magistrato lesse ad alta voce la sentenza di condanna dei tre frati, “intesi ed esaminati i loro turpissimi delitti”. Ai piedi della forca i tre recitarono il credo e si lasciarono mettere il cappio al collo: furono impiccati per primi i due compagni, Savonarola fu terzo. Fu soltanto dopo l’impiccagione, quando i tre corpi penzolarono inerti, che i carnefici accesero il rogo. Forse a causa del gran calore, o forse in un ultimo spasimo dell’agonia, parve che il braccio di frate Girolamo si levasse quasi a benedire, ma una fitta gragnuola di sassi, dicono, investì il corpo. Il braccio si riabbassò.

Prima di sera ciò che restava dei tre corpi fu gettato nelle acque dell’Arno perché nessuno ne conservasse la minima reliquia. Così passò a Firenze il 23 maggio 1498, vigilia della Ascensione.

(Fonte: Il Rinascimento.it)

Savonarola – Il falo’ delle vanità

Dopo la morte di Lorenzo de Medici  Savonarola, ormai in un contesto di vuoto di potere, cominciò a lanciare le sue infiammate prediche dal pulpito del duomo di Firenze, censendo la profana arte fiorentina e, nel contempo, denigrando l’aspetto troppo mondano della Chiesa. Il 7 di febbraio Girolamo Savonarola compì il suo primo gesto esemplare con Il falò delle Vanità  presso Piazza della Signoria a Firenze. Vennero date alle fiamme cose peccaminose, libri, gioielli, vestiti, sculture, pitture, strumenti musicali, canzoni profane, specchi, cosmetici. Le intenzioni del Savonarola erano quelle di arrestare la corruzione imperante a Firenze, ma i modi non erano certamente quelli di un paladino delle libertà.

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Savonarola non solo predicava contro i lussi – “Tu vorresti roba: vivi secondo Dio e parcamente e non volere le pompe, e le vanità, ed a questo modo, risparmierai ed avrai più roba” (dalle Prediche italiane ai Fiorentini) – e le mondanità del tempo, ma imponeva anche alla città una moralità estremamente stretta che gli derivava dalla sua peculiare interpretazione del cristianesimo.

Tratto da Gliiscritti.it

Savonarola ed Alessandro IV

Quando l’intervento dei francesi (1494) consentì ai fiorentini di espellere i Medici dalla città e istituire la repubblica, Savonarola, che ebbe anche incarichi politici (un’ambasceria a Carlo VIII), adattò la sua predicazione profetica alla nuova realtà politica, propugnando la creazione a Firenze di un centro di rigenerazione morale e religiosa che avrebbe dovuto irradiare per tutto il mondo cristiano. Savonarola ebbe una funzione quasi dittatoriale di determinazione della nuova struttura della città, e interpretò l’intervento francese come realizzazione della vendetta e della punizione divina che aveva profetato. 7Alle riforme in direzione di democrazia e giustizia sociale si unì la forte propaganda morale del partito del frate, i piagnoni, che contrapposero la nuova realtà fiorentina alla corruzione della Roma papale. Il conflitto con papa Alessandro VI, che stava organizzando alleanze in funzione antifrancese, divise i fiorentini. Savonarola ignorò una convocazione a Roma, che lo chiamava a dar conto delle supposte rivelazioni divine, e il papa, sollecitato dal partito che a Firenze si opponeva al frate, iniziò un’inchiesta e lo sospese (1496) dall’ufficio di predicatore fino alla conclusione del processo. All’inizio Savonarola parve accettare la condizione di non toccare temi politici durante il processo (in effetti, una condizione impossibile da soddisfare); Alessandro VI alla fine lo scomunicò (1497), ma Savonarola negò ogni validità al provvedimento. La sua intransigenza gli alienava sempre più le simpatie dei cittadini, finché venne arrestato, dopo che un assalto al convento e contrasti con i frati francescani ebbero evidenziato il suo isolamento. Venne giudicato e condannato per eresia e scisma, e bruciato sul rogo, dopo l’impiccagione, con due confratelli, il 23 maggio del 1498.

(Fonte Citta’ Capitali)

Girolamo Savonarola – Le origini

Savonaròla, Girolamo. – Frate domenicano (Ferrara 1452 – Firenze 1498), di famiglia originaria di Padova, figlio di Niccolò Savonarola e di Elena Bonaccorsi. Fu educato fin dalla sua prima giovinezza dal nonno Michele , un medico dai rigidi principî religiosi e morali. La vocazione religiosa, già manifesta nelle canzoni De ruina mundi (1472) e De ruina Ecclesiae (1475), lo indusse a lasciare la casa paterna e a interrompere gli studî di medicina, per entrare nell’ordine dei domenicani (1475) nel convento di S. Domenico a Bologna. Compiuti poi i suoi studî teologici a Ferrara, fu trasferito (1482) a S. Marco a Firenze come lettore; a San Gimignano tra il 1485 e il 1486 formulò con la predicazione, appassionata e nutrita dalle profezie bibliche che egli applicava alla situazione presente, la tesi secondo cui la Chiesa doveva essere castigata, poi rinnovata, e che ciò era imminente. Allontanatosi da Firenze (1487) per recarsi a Ferrara, poi a Brescia, a OLYMPUS DIGITAL CAMERAGenova e ancora a Brescia, ritornò a Firenze (1490) richiamatovi per l’insistenza di G. Pico della Mirandola presso Lorenzo de’ Medici. Qui, ispirandosi all’Apocalisse e ai libri profetici, denunciò nella sua predicazione i vizî del suo tempo e gli abusi di un governo ritenuto tirannico e annunciò la venuta del novello Ciro, che sarebbe sceso d’oltralpe a compiere la vendetta divina. Dal 1491 era priore del convento di S. Marco. Mentre è leggenda il fatto che ponesse le condizioni (fra cui la restituzione della libertà alla repubblica) per confessare Lorenzo morente, certo è che il programma di restaurazione, nel suo convento, della severità della regola, che l’indusse a staccarsi dalla congregazione lombarda e a unire a S. Marco i conventi di Fiesole, Prato e Pisa, aderiva a
l programma mediceo di consolidamento regionale. Quell’espansionismo monastico, pur dettato da esigenze religiose e non politiche, creò malumori nell’ordine suo e anche tra i potentati italiani. 

(fonte Treccani)

Giovanna Barbieri

La prima intervista del nostro blog non poteva che andare ad una delle prime autrici che io, Roberto, ho conosciuto all’interno di Thriller Storici e Dintorni. Oltre ad essere una bravissima scrittrice, Giovanna è una profonda conoscitrice della Storia, soprattutto di epoca medievale e Romana. Andiamo a conoscerla meglio!

Ciao Giovanna, innanzitutto grazie per il tempo che ci dedicherai, nel rispondere alle nostre domande:

Quando hai capito che avresti intrapreso la strada per diventare una scrittrice?

Non sono certa neppure ora di intraprendere questa strada. Scrivere mi piace molto e non riuscirei più a farne a meno, ma una carriera in questo campo è difficile. Occorre avere almeno un buono stipendio con un altro lavoro.

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La Reggenza di Stilicone (Fonte:  Blog “Roma Erede di un Impero”)

Di quale periodo storico vorresti essere spettatrice e perché?

Mi affascina molto il tardo Impero Romano. Mi sarebbe piaciuto poter conoscere Alarico e Stilicone, i due protagonisti del V secolo DC. Conoscere per certo le loro intenzioni e ciò che li ha spinti a comportarsi in quel modo.

Scrittura, lettura, rilettura, editing e correzione, promozione, incontro con i lettori: assegna una percentuale a ciascuna di queste fasi e se abbiamo dimenticato qualcosa aggiungila pure.

La prima bozza del romanzo occupa il 20% del tempo, la rilettura e la revisione (con aggiunta ed eliminazione di scene) circa il 30%; l’editing e la correzione di bozze un buon 30%; il resto (promozione, incontro con i lettori, pubblicità) circa il 20%

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Copertina di una delle tante edizioni di Ivanhoe di SW Scott

Consigliaci un bel libro storico da leggere e invoglia anche noi a farlo

Vi consiglio Ivanhoe di SW Scott. Uno dei primi romanzi storici che ho letto da ragazzina. Ci sono due scene indimenticabili nel libro: la prima è la descrizione di un torneo cavalleresco dove compare per la prima volta Giovanni Senza Terra (il fratello minore di Riccardo Cuore di Leone), e Scott lo descrive come un uomo egoista, viziato e prepotente. La seconda scena, molto bella, riguarda la presa del castello dove erano ingiustamente detenuti Rowena, Rebecca l’ebrea, Ivanhoe ferito e altri personaggi. Per la prima volta fanno la comparsa Robin Hood e Riccardo Cuor di Leone, tornato in incognito dalle crociate. Per la prima volta un autore ha scelto di narrare una storia ambientandola nel XII secolo, rispecchiando la mentalità, gli usi e costumi dell’epoca. Fino a quel momento si tendeva a dare una mentalità moderna (del 1800) ai personaggi dei romanzi.

Parlando di Cangrande Paladino dei Ghibellini, come è nata l’idea di i

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Dante Alighieri

ntrodurre il personaggio di Dante, che era sì ospite del signore di Verona, ma cosa ti ha spinto a raccontarcelo dal suo lato umano?

Mi sono sempre domandata cosa ha provato Dante in esilio, se ha mai amato la moglie e i figli, i suoi sentimenti a lasciarli in fretta e furia. Non li ha visti crescere, non ha mai potuto scrivere loro. Tutto per amore della politica. Anche per lui la vita non è stata magnanima, sempre a chiedere riparo ai potenti ghibellini dell’epoca, cercando la benevolenza altrui. Era particolarmente interessato a Verona grazie alla presenza di tomi filosofici antichi nella Biblioteca Capitolare.

Come sono nati i personaggi di Paolo De Grenier e Caterina?

Per quanto riguarda Caterina: volevo creare una giovane donne espulsa dalla vita sociale dell’epoca. Una donna con un carattere determinato, che non si facesse piegare dalle tragedie. Mi piace l’amore travagliato, sofferto, e una donna povera ed evitata dal suo villaggio poteva stringere una relazione complicata solo un nobile cavaliere. All’epoca i nobili si sposavano solo per ragioni economiche o militari con le donne dello stesso ceto sociale, non di certo con le contadine, e di sicuro con quelle imparentate con gli ebrei.

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Verona (Fonte: Borghi d’Italia)

Quanto tempo hai impiegato nella ricerca per “Cangrande paladino dei Ghibellini”?

Circa due anni per la stesura definitiva. Trovare il materiale da consultare non è stato semplice, soprattutto per quanto riguarda la vita di Cangrande della Scala, Signore di Verona. Al tempo non avevo ancora pubblicato con nessuna casa editrice e trovare il coraggio di inviarlo agli editori interessati non è stato così automatico. Non conoscevo ancora il mondo editoriale.

Vuoi parlarci del tuo nuovo romanzo “Silfrida e la schiava di Roma”?

Anche questo romanzo ha avuto la gestazione di circa due anni. Il materiale su Stilicone, magister untrisque militiae, non manca. È nota la sua politica filobarbarica, i nomi dei suoi figli, della moglie, il suo rapporto con Onorio, l’Imperatore Romano dell’epoca, i suoi movimenti militari per cacciare i Goti dal nord italia ecc.

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Il sacco di Roma del 410 d.C. ad opera dei Visigoti guidati da Alarico (fonte: Blog Amanti della Storia)

Su Alarico ho trovato invece solo un saggio, dove vengono spiegate le ragioni delle sue azioni, ma sono rimasti ignoti i nomi dei figli e della moglie (qui ho dovuto usare la fantasia, ma i nomi che ho scelto sono Goti. Non ha senso, a mio avviso, usare dei nomi latini o greci per una popolazione di origine svedese. Anche se conoscevano sia il latino sia il greco ed erano cristiani ariani all’epoca). Non vi dico la fatica per trovare un saggio sugli usi dei Goti.

Silfrida è catturata da bambina dai Romani e fatta schiava, poi adottata da una famiglia cristiana. Conosce le sue origini, ma non vuole comunicarle neppure al fratellastro, con il quale ha un buon rapporto. Le cose si complicano quando entrano in gioco Alarico e Ghiveric, il suo futuro promesso sposo.

Per quanto abbia cercato di scrivere un romanzo sentimentale,  “Silfrida la schiava di Roma” ha molti colpi di scena (partenze alla ricerca dei Goti, imprigionamenti e fughe, battaglie sanguinose e duelli). Ci sono alcuni termini in latino nella trama (per le armi, alcuni oggetti di uso comune, i nomi delle città e le funzioni delle stanze). A mio avviso porta il lettore a immedesimarsi di più in un periodo storico così antico.

 

Ringraziamo Giovanna Barbieri per il tempo che ha trascorso con noi, speriamo che l’intervista sia stata di vostro gradimento e alla prossima occasione!

 

 

LA REGINA ROSSA – SARA DI FURIA

Trama

Nell’Inghilterra di metà ‘800 una bambina orfana viene adottata dalla nobile famiglia Klein, ma un abbozzo di sesto dito e un neo sul viso vengono considerati marchio di stregoneria, segnando il destino della piccola, che verrà cresciuta nel sospetto. In seguito alla morte di una delle sorelle, però, Christianne scoprirà di essere davvero in grado di vedere lo spirito dei morti e di poter comunicare con loro. La sua vita, così, verrà completamente stravolta, e tra fantasmi, segreti e inquietanti misteri, cercherà di svelare la verità sul proprio destino e sulla storia di una delle regine d’Inghilterra più famose di tutti i tempi: la Regina Rossa.

Recensione a cura di Alessandra Ottaviano

Da subito il romanzo presenta tinte fosche e spettrali e ne sarà pervaso fino al triste epilogo.

L’autrice è molto brava, con abili parole riesce a descrivere la protagonista Christianne in maniera particolareggiata e in modo da instaurare subito un sentimento di empatia verso la ragazza, che è vittima dei pregiudizi di tutti, per via del suo carattere indomito e di due particolari difetti fisici a causa dei quali è tacciata come strega .

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Christianne è curiosa, mostra un forte interesse per la conoscenza in genere e nonostante, così come alle due sorellastre, le sia preclusa la lettura di determinati libri, con la connivenza del suo precettore Nicolas Bourbon si reca, grazie ad un abile travestimento da uomo, in luoghi a lei proibiti.

Durante le sue incursioni clandestine alla Librarian riesce a procurarsi dei libri proibiti, che poi legge di nascosto insieme alle sorelle, tra cui il famoso “Il Corvo” di Edgar Allan Poe. E proprio un corvo di nome “Mai più” diventerà il suo inseparabile compagno di avventure.

L’amore per la lettura, che prova la ragazza, esplode in queste bellissime parole dell’autrice che sento anche un po’ mie:

“Le dita della ragazza fremevano nell’accarezzare le parole stampate sulla carta …… rimanere emozionalmente coinvolta dalle sue letture era sempre stato per lei un punto debole. Le parole lasciate su carta, le rivivevano dentro modificando la sua visione del mondo e degli uomini.”

Christianne si trova, suo malgrado, ad assistere a fenomeni paranormali, ha un dono: riesce a vedere le anime dei morti che, insieme a strani personaggi, la porteranno a scoprire, attraverso molti colpi di scena, la sua vera identità ed un mistero legato al ritrovamento del diario segreto della famosa regina rossa che viene così finalmente svelata. Si tratta di Anna Bolena la seconda moglie del terribile re d’Inghilterra Enrico VIII. La regina imprigionata nella torre di Londra, in attesa della sua esecuzione affida al diario il racconto della sua infelice storia 8e di un mistero che ovviamente  non posso svelare.

A far da cornice anche la tormentata storia d’amore tra la protagonista Christianne e il precettore Nicolas Bourbon.

Una storia originale per nulla scontata intrisa da un sottilissimo filo di ironia nei dialoghi che riesce a smorzare le atmosfere cupe e a tratti spaventose del racconto. Unico neo, a mio personalissimo parere, ho trovato un tantino forzata la presenza di Allan Poe nel romanzo soprattutto la fantasiosa morte a causa del segreto di Anna Bolena.

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Formato: Formato Kindle

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Storia del libro e della scrittura – il manoscritto medievale

Siamo giunti alla settima puntata della storia del libro e della scrittura a cura della nostra Paola Milli! Buona lettura!

La realizzazione del manoscritto medievale

Nel medioevo i libri venivano scritti e trascritti a mano dagli amanuensi che, nella maggior parte dei casi, erano monaci o religiosi.

I luoghi adibiti alla trascrizione dei codici erano gli scriptoria. Lo scriptorium era una grande sala illuminata da numerose finestre. I monaci lavoravano il più possibile vicino a queste per avere luce a disposizione. Gli strumenti di lavoro erano: stilus, penna, calamo, raschietto, atrametaio e inchiostro. Lo stilus – bastoncino piatto nella parte superiore e acuto nella parte inferiore che veniva utilizzata per graffiare il foglio – era usato per le rigature.

Per scrivere veniva utilizzata la penna, solitamente di volatile s18051639_120332000335637946_1215240075_ngrassata e intagliata in modo più o meno aguzzo all’estremità.

Il calamo era ricavato dalle canne vegetali che veniva intagliato. Con penna e calamo c’era anche il raschietto utile per cancellare gli errori.

L’atrametaio era un vasetto che conteneva l’inchiostro nel quale veniva intinta la penna. L’inchiostro si ricavava dalla combinazione di alcuni elementi: nero fumo ricavato dalla cenere, metallo, gomma, noce di galla (prodotta dalla puntura di vari insetti sul tronco, sulle foglie o sulle radici di alcune piante), solventi.

I colori si ottenevano con l’aggiunta di minerali tritati mescolati ai solventi e venivano usati per le miniature.

Righelli e punteruoli servivano per tracciare linee dritte sul foglio come base per la scrittura.

Il lavoro si svolgeva su un leggio con piano inclinato.

Copiare un codice era spesso un lavoro di squadra: il primo ad intervenire era colui che doveva tracciare le righe sul foglio di pergamena o di carta. Queste dovevano essere sottilissime ma abbastanza evidenti da poter procedere dritti con la scrittura e lasciare spazi destinati alle miniature. La riga veniva tracciata con sottili punte di inchiostro marrone per la rigatura ad inchiostro, o con uno stilus appuntito per la rigatura a secco. Fino alla metà del XIII secolo circa non si scriveva mai sopra la prima riga.

In seguito si svolgeva l’operazione di scrittura vera e propria. Il risultato doveva essere preciso, nitido e chiaro.

Gli studiosi hanno identificato tre tipi di scrittura libraria tra le più utilizzate nei secoli: la carolina, la gotica, l’umanistica.

La carolina, utilizzata tra il IX e il XIII secolo, venne riformata da Carlo Magno nei territori dell’impero. Era una scrittura maiuscola con lettere staccate e chiare, interlinea ampia e poche abbreviazioni.

La gotica, tipica del basso medioevo, era caratterizzata da moduli ridotti, lettere schiacciate, interlinea ridotta e molte abbreviazioni. Seguiva due regole: quella delle curve contrapposte secondo cui due lettere curve si sovrapponevano; e la regola della R uncinata, in cui la R dopo una lettera con curva discendente si attaccava a questa con una specie di uncino.

La scrittura umanistica, usata nella prima parte del XV secolo, fu inventata da Poggio Bracciolini. Si ispirava alla carolina con ampia interlinea, lettere distanziate, maiuscole e titoli che imitavano la scrittura epigrafica. Non usava abbreviazioni.

18136058_120332000342133088_2139957545_nSuccessivamente alla scrittura si interveniva per il disegno di miniature e illustrazioni. Spesso chi le eseguiva non era colui che aveva scritto, ma un miniaturista specializzato che talvolta era anche pittore.

Le iniziali miniate dava risalto all’organizzazione logica del testo.

Le immagini vere e proprie erano usate come abbellimento ma anche come traduzione visiva del contenuto scritto. Le illustrazioni furono progressivamente inserite nei margini fino ad occupare l’intera pagina.

La facciata di un manoscritto poteva essere scritta ad unica colonna con margini molto ampi per annotare osservazioni (in genere libri umanistici); oppure a due colonne con uno spazio bianco centrale (era il caso dei testi sacri e dei Padri della chiesa); o a due colonne e due moduli di scrittura con il testo centrale attorniato da un commento scritto con carattere più piccolo.

I quattro margini della pagina erano: il margine interno o bianco di cucitura, il margine di testa o bianco di testa, il margine esterno, il margine di piede o bianco di piede. I margini evitavano che dita e mani coprissero o rovinassero la scrittura.

Il nome dell’autore e il titolo venivano abitualmente scritti alla fine del codice in una sezione chiamata colophon. Non esisteva il frontespizio.

L’identificazione dell’opera era data dall’incipit evidenziato dalla lettera più grande o dall’inchiostro rosso.

18136109_120332000378259100_734697795_nI fascicoli scritti dovevano infine essere rilegati. La legatura veniva effettuata a partire dalla verifica dell’ordine dei fascicoli. Seguiva la cucitura di questi che erano fissati a un elemento interno, detto nervo, in pelle o pergamena, al quale venivano uniti i piatti.

Il dorso era arrotondato e incollato per rinforzare la cucitura. Venivano posati i fogli di guardia, si rifilavano i fascicoli e si posavano i capitelli, ornamenti che nascondevano i fili della cucitura. I piatti e il dorso potevano essere ricoperti di pergamena o di pelle.

Talvolta i piatti erano di legno più o meno ornato con fregi o borchie. Il manoscritto poteva essere tenuto chiuso da fermagli applicati ai piatti.

 

“Nero Caravaggio” – Max e Francesco Morini

Trama

Nero caravaggio 3Ettore Misericordia è il proprietario di una storica libreria di Roma. Autodidatta coltissimo, conosce tutti i segreti della città eterna. È anche un grande appassionato di gialli e un detective dilettante dal formidabile intuito, tanto che l’ispettore Ceratti se ne avvale spesso per i casi sui quali indaga. Perciò non esita a informarlo quando nella basilica di Sant’Agostino, proprio accanto Piazza Navona, viene ritrovato un cadavere davanti a uno dei capolavori del Caravaggio, la Madonna dei Pellegrini.Nero caravaggio 2

Si tratta di Paolo Moretti, pugnalato alle spalle con uno strumento per incisioni. Misericordia non perde un attimo e si reca sul luogo del crimine insieme al suo amico-collaboratore “Fango”. Ma il caso non è di facile soluzione perché le prove per un’accusa non ci sono. Almeno fino a quando la moderna coppia Holmes-Watson non scoprirà inquietanti particolari che legano i protagonisti della vicenda al Caravaggio.

Nella vita del tormentato genio del Seicento si nasconde forse la chiave per far luce sul delitto?
Un misterioso delitto si consuma davanti a un’opera del pittore maledetto
L’arte può diventare una passione pericolosa…
Finalmente anche Roma ha il suo Sherlock Holmes….

Recensione di Donata Beretta

Bello! E non solo per la trama ma anche per la passione che gli scrittori mettono nel descrivere vie, piazze, chiese e vicoli della città eternacome solo chi ama davvero il proprio mondo sa fare.

..“Per tutti e due il legame con la città era forte, ma per lui era viscerale, profondo. Figlio di un romano de Roma, era nato nel centro storico e ne aveva assaporato fin da bambino l’atmosfera magica e la “grande bellezza”, crescendo praticamente nella libreria del padre”..

In una Roma dei giorni nostri (ma a volte senza tempo) Ettore, il proprietario della libreria “Misericordia”, gioca all’investigatore, stuzzicando l’ispettore Ceratti con la sua capacità deduttiva ed il suo acume, accompagnato dal fedele amico Fango, a volte un po’ timido, a volte molto complice. Roma non è sfondo, Roma è protagonista: con i suoi personaggi che divengono quasi “macchiette” con il loro intercalare dialettale, con il loro inserirsi nel paesaggio e nel contesto storico. E così tutti si ritrovano inseriti nel “mondo” del Caravaggio, milanese di nascita ma romano per circa 12 anni della sua attività pittorica.nero caravaggio 4

Gli eventi sono legati a luoghi o situazioni correlate alla vita del pittore, Caravaggio è sempre presente: in un quadro, per la zona della centrale di polizia, nella passione di una professoressa, per gli scenari delle azioni.Nero Caravaggio 1

I personaggi principali sono delineati il giusto: non ci si disperde in inutili fronzoli, viene descritto soprattutto il carattere, in modo da far capire come interagisce il personaggio con gli altri interpreti della storia. Misericordia ha 40 anni, ma sembra senza età: silenzioso, alterna momenti di “meditazione investigativa” a serate pazze, con le sue conquiste a spassosi duetti con il Commissario. “Fango” non viene neanche nominato per nome: è la spalla investigativa di Misericordia, il suo amico da anni, il suo collega di lavoro, il suo alter ego sempre un passo indietro ma anche più stabile a livello emotivo. L’ispettore Ceratti è un milanese trasferito, che ama Roma e non la critica, che incute timore con la sua stazza da rugbista ma che sa anche intenerirsi e diventare romantico; la professoressa rimane sempre nell’ombra, eppure presente, come filo conduttore che tiene le fila del racconto eppure non ne diviene (se non alla fine) mai pienamente protagonista.

Lo stile è lineare, accattivante, brillante, quasi “alla Montalbano”; i capitoli brevi non permettono di dilungarti ma tracciano scene rapide, come in un’opera teatrale, permettendo al lettore anche di lasciarsi andare un po’ con la fantasia.

Consiglio assolutamente la lettura a chiunque piaccia un thriller ben scritto, scorrevole, non eccessivamente pesante e complesso, che ti accompagna piacevolmente al termine della giornata.

Lo stile di scrittura lo definirei comunque “storico”.

Wikipedia dice:

“Per essere ritenuto storico, un romanzo deve essere stato scritto almeno cinquanta anni dopo gli eventi descritti, o deve essere stato scritto da un autore che all’epoca di tali eventi non era ancora nato (e quindi ha dovuto documentarsi su di essi)”

Io credo però che sia storico ogni racconto in cui i personaggi vivano pienamente il periodo storico raccontato e qui la storia ti “perseguita”: i rimandi al periodo caravaggesco sono continui, la Roma del 1600 è lì che ti manda indizi, che ti suggerisce, che ti accompagna per mano alla riscoperta di una città che nasconde ancora oggi molti segreti.

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  • Copertina rigida: 256 pagine
  • Editore: Newton Compton (30 marzo 2017)
  • Collana: Nuova narrativa Newton
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8822703065
  • ISBN-13: 978-8822703064