Il rogo

Gli ultimi drammatici momenti di Girolamo Savonarola, ascetico profeta di un rinnovamento nei costumi corrotti della Chiesa e di una riforma nelle istituzioni civili della città. Il conflitto aperto con il clero mise fine alla sua vita e alla sua visione utopistica della realizzazione terrena di un’umanità “perfettamente cristiana”.

Alle nove del mattino frate Girolam19272_t_W300_H188_M4o Savonarola e i due confratelli che ne condividevano la sorte avevano già ascoltato la messa e si erano anche comunicati. Insomma erano pronti per morire. Sulla soglia di Palazzo Vecchio un confratello strappò loro l’abito: quella sorta di degradazione fu il primo atto dell’atroce cerimoniale. Scomunicato dal papa e giudicato da un tribunale che aveva già deciso la sua morte, frate Girolamo guardò la folla che riempiva la piazza, poi percorse la passerella che dall’angolo del palazzo portava al patibolo. Un vescovo si parò davanti ai tre condannati per un’ulteriore degradazione,
ma quando ebbe di fronte frate Girolamo sbagliò la formula e disse: “Io ti separo dalla Chiesa militante e trionfante”. Savonarola lo corresse: “Solo dalla militante: l’altro non sta a te”. Il vescovo dovette ripetere la formula.

Ormai frate Girolamo non era che un rifiuto umano da consegnare al carnefice e il magistrato lesse ad alta voce la sentenza di condanna dei tre frati, “intesi ed esaminati i loro turpissimi delitti”. Ai piedi della forca i tre recitarono il credo e si lasciarono mettere il cappio al collo: furono impiccati per primi i due compagni, Savonarola fu terzo. Fu soltanto dopo l’impiccagione, quando i tre corpi penzolarono inerti, che i carnefici accesero il rogo. Forse a causa del gran calore, o forse in un ultimo spasimo dell’agonia, parve che il braccio di frate Girolamo si levasse quasi a benedire, ma una fitta gragnuola di sassi, dicono, investì il corpo. Il braccio si riabbassò.

Prima di sera ciò che restava dei tre corpi fu gettato nelle acque dell’Arno perché nessuno ne conservasse la minima reliquia. Così passò a Firenze il 23 maggio 1498, vigilia della Ascensione.

(Fonte: Il Rinascimento.it)

Savonarola – Il falo’ delle vanità

Dopo la morte di Lorenzo de Medici  Savonarola, ormai in un contesto di vuoto di potere, cominciò a lanciare le sue infiammate prediche dal pulpito del duomo di Firenze, censendo la profana arte fiorentina e, nel contempo, denigrando l’aspetto troppo mondano della Chiesa. Il 7 di febbraio Girolamo Savonarola compì il suo primo gesto esemplare con Il falò delle Vanità  presso Piazza della Signoria a Firenze. Vennero date alle fiamme cose peccaminose, libri, gioielli, vestiti, sculture, pitture, strumenti musicali, canzoni profane, specchi, cosmetici. Le intenzioni del Savonarola erano quelle di arrestare la corruzione imperante a Firenze, ma i modi non erano certamente quelli di un paladino delle libertà.

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Savonarola non solo predicava contro i lussi – “Tu vorresti roba: vivi secondo Dio e parcamente e non volere le pompe, e le vanità, ed a questo modo, risparmierai ed avrai più roba” (dalle Prediche italiane ai Fiorentini) – e le mondanità del tempo, ma imponeva anche alla città una moralità estremamente stretta che gli derivava dalla sua peculiare interpretazione del cristianesimo.

Tratto da Gliiscritti.it

Savonarola ed Alessandro IV

Quando l’intervento dei francesi (1494) consentì ai fiorentini di espellere i Medici dalla città e istituire la repubblica, Savonarola, che ebbe anche incarichi politici (un’ambasceria a Carlo VIII), adattò la sua predicazione profetica alla nuova realtà politica, propugnando la creazione a Firenze di un centro di rigenerazione morale e religiosa che avrebbe dovuto irradiare per tutto il mondo cristiano. Savonarola ebbe una funzione quasi dittatoriale di determinazione della nuova struttura della città, e interpretò l’intervento francese come realizzazione della vendetta e della punizione divina che aveva profetato. 7Alle riforme in direzione di democrazia e giustizia sociale si unì la forte propaganda morale del partito del frate, i piagnoni, che contrapposero la nuova realtà fiorentina alla corruzione della Roma papale. Il conflitto con papa Alessandro VI, che stava organizzando alleanze in funzione antifrancese, divise i fiorentini. Savonarola ignorò una convocazione a Roma, che lo chiamava a dar conto delle supposte rivelazioni divine, e il papa, sollecitato dal partito che a Firenze si opponeva al frate, iniziò un’inchiesta e lo sospese (1496) dall’ufficio di predicatore fino alla conclusione del processo. All’inizio Savonarola parve accettare la condizione di non toccare temi politici durante il processo (in effetti, una condizione impossibile da soddisfare); Alessandro VI alla fine lo scomunicò (1497), ma Savonarola negò ogni validità al provvedimento. La sua intransigenza gli alienava sempre più le simpatie dei cittadini, finché venne arrestato, dopo che un assalto al convento e contrasti con i frati francescani ebbero evidenziato il suo isolamento. Venne giudicato e condannato per eresia e scisma, e bruciato sul rogo, dopo l’impiccagione, con due confratelli, il 23 maggio del 1498.

(Fonte Citta’ Capitali)

Girolamo Savonarola – Le origini

Savonaròla, Girolamo. – Frate domenicano (Ferrara 1452 – Firenze 1498), di famiglia originaria di Padova, figlio di Niccolò Savonarola e di Elena Bonaccorsi. Fu educato fin dalla sua prima giovinezza dal nonno Michele , un medico dai rigidi principî religiosi e morali. La vocazione religiosa, già manifesta nelle canzoni De ruina mundi (1472) e De ruina Ecclesiae (1475), lo indusse a lasciare la casa paterna e a interrompere gli studî di medicina, per entrare nell’ordine dei domenicani (1475) nel convento di S. Domenico a Bologna. Compiuti poi i suoi studî teologici a Ferrara, fu trasferito (1482) a S. Marco a Firenze come lettore; a San Gimignano tra il 1485 e il 1486 formulò con la predicazione, appassionata e nutrita dalle profezie bibliche che egli applicava alla situazione presente, la tesi secondo cui la Chiesa doveva essere castigata, poi rinnovata, e che ciò era imminente. Allontanatosi da Firenze (1487) per recarsi a Ferrara, poi a Brescia, a OLYMPUS DIGITAL CAMERAGenova e ancora a Brescia, ritornò a Firenze (1490) richiamatovi per l’insistenza di G. Pico della Mirandola presso Lorenzo de’ Medici. Qui, ispirandosi all’Apocalisse e ai libri profetici, denunciò nella sua predicazione i vizî del suo tempo e gli abusi di un governo ritenuto tirannico e annunciò la venuta del novello Ciro, che sarebbe sceso d’oltralpe a compiere la vendetta divina. Dal 1491 era priore del convento di S. Marco. Mentre è leggenda il fatto che ponesse le condizioni (fra cui la restituzione della libertà alla repubblica) per confessare Lorenzo morente, certo è che il programma di restaurazione, nel suo convento, della severità della regola, che l’indusse a staccarsi dalla congregazione lombarda e a unire a S. Marco i conventi di Fiesole, Prato e Pisa, aderiva a
l programma mediceo di consolidamento regionale. Quell’espansionismo monastico, pur dettato da esigenze religiose e non politiche, creò malumori nell’ordine suo e anche tra i potentati italiani. 

(fonte Treccani)

Storia del libro e della scrittura – il manoscritto medievale

Siamo giunti alla settima puntata della storia del libro e della scrittura a cura della nostra Paola Milli! Buona lettura!

La realizzazione del manoscritto medievale

Nel medioevo i libri venivano scritti e trascritti a mano dagli amanuensi che, nella maggior parte dei casi, erano monaci o religiosi.

I luoghi adibiti alla trascrizione dei codici erano gli scriptoria. Lo scriptorium era una grande sala illuminata da numerose finestre. I monaci lavoravano il più possibile vicino a queste per avere luce a disposizione. Gli strumenti di lavoro erano: stilus, penna, calamo, raschietto, atrametaio e inchiostro. Lo stilus – bastoncino piatto nella parte superiore e acuto nella parte inferiore che veniva utilizzata per graffiare il foglio – era usato per le rigature.

Per scrivere veniva utilizzata la penna, solitamente di volatile s18051639_120332000335637946_1215240075_ngrassata e intagliata in modo più o meno aguzzo all’estremità.

Il calamo era ricavato dalle canne vegetali che veniva intagliato. Con penna e calamo c’era anche il raschietto utile per cancellare gli errori.

L’atrametaio era un vasetto che conteneva l’inchiostro nel quale veniva intinta la penna. L’inchiostro si ricavava dalla combinazione di alcuni elementi: nero fumo ricavato dalla cenere, metallo, gomma, noce di galla (prodotta dalla puntura di vari insetti sul tronco, sulle foglie o sulle radici di alcune piante), solventi.

I colori si ottenevano con l’aggiunta di minerali tritati mescolati ai solventi e venivano usati per le miniature.

Righelli e punteruoli servivano per tracciare linee dritte sul foglio come base per la scrittura.

Il lavoro si svolgeva su un leggio con piano inclinato.

Copiare un codice era spesso un lavoro di squadra: il primo ad intervenire era colui che doveva tracciare le righe sul foglio di pergamena o di carta. Queste dovevano essere sottilissime ma abbastanza evidenti da poter procedere dritti con la scrittura e lasciare spazi destinati alle miniature. La riga veniva tracciata con sottili punte di inchiostro marrone per la rigatura ad inchiostro, o con uno stilus appuntito per la rigatura a secco. Fino alla metà del XIII secolo circa non si scriveva mai sopra la prima riga.

In seguito si svolgeva l’operazione di scrittura vera e propria. Il risultato doveva essere preciso, nitido e chiaro.

Gli studiosi hanno identificato tre tipi di scrittura libraria tra le più utilizzate nei secoli: la carolina, la gotica, l’umanistica.

La carolina, utilizzata tra il IX e il XIII secolo, venne riformata da Carlo Magno nei territori dell’impero. Era una scrittura maiuscola con lettere staccate e chiare, interlinea ampia e poche abbreviazioni.

La gotica, tipica del basso medioevo, era caratterizzata da moduli ridotti, lettere schiacciate, interlinea ridotta e molte abbreviazioni. Seguiva due regole: quella delle curve contrapposte secondo cui due lettere curve si sovrapponevano; e la regola della R uncinata, in cui la R dopo una lettera con curva discendente si attaccava a questa con una specie di uncino.

La scrittura umanistica, usata nella prima parte del XV secolo, fu inventata da Poggio Bracciolini. Si ispirava alla carolina con ampia interlinea, lettere distanziate, maiuscole e titoli che imitavano la scrittura epigrafica. Non usava abbreviazioni.

18136058_120332000342133088_2139957545_nSuccessivamente alla scrittura si interveniva per il disegno di miniature e illustrazioni. Spesso chi le eseguiva non era colui che aveva scritto, ma un miniaturista specializzato che talvolta era anche pittore.

Le iniziali miniate dava risalto all’organizzazione logica del testo.

Le immagini vere e proprie erano usate come abbellimento ma anche come traduzione visiva del contenuto scritto. Le illustrazioni furono progressivamente inserite nei margini fino ad occupare l’intera pagina.

La facciata di un manoscritto poteva essere scritta ad unica colonna con margini molto ampi per annotare osservazioni (in genere libri umanistici); oppure a due colonne con uno spazio bianco centrale (era il caso dei testi sacri e dei Padri della chiesa); o a due colonne e due moduli di scrittura con il testo centrale attorniato da un commento scritto con carattere più piccolo.

I quattro margini della pagina erano: il margine interno o bianco di cucitura, il margine di testa o bianco di testa, il margine esterno, il margine di piede o bianco di piede. I margini evitavano che dita e mani coprissero o rovinassero la scrittura.

Il nome dell’autore e il titolo venivano abitualmente scritti alla fine del codice in una sezione chiamata colophon. Non esisteva il frontespizio.

L’identificazione dell’opera era data dall’incipit evidenziato dalla lettera più grande o dall’inchiostro rosso.

18136109_120332000378259100_734697795_nI fascicoli scritti dovevano infine essere rilegati. La legatura veniva effettuata a partire dalla verifica dell’ordine dei fascicoli. Seguiva la cucitura di questi che erano fissati a un elemento interno, detto nervo, in pelle o pergamena, al quale venivano uniti i piatti.

Il dorso era arrotondato e incollato per rinforzare la cucitura. Venivano posati i fogli di guardia, si rifilavano i fascicoli e si posavano i capitelli, ornamenti che nascondevano i fili della cucitura. I piatti e il dorso potevano essere ricoperti di pergamena o di pelle.

Talvolta i piatti erano di legno più o meno ornato con fregi o borchie. Il manoscritto poteva essere tenuto chiuso da fermagli applicati ai piatti.

 

Storia del Libro e della Scrittura – La Carta

Sesta Puntata della Storia della Scrittura a cura della nostra esperta Paola Milli

Se papiro e pergamena erano due supporti piuttosto difficili da produrre e quindi costosi, la materia scrittoria che contribuì alla relativa diffusione dell’alfabetismo in Europa nel basso medioevo e in età moderna fu senza dubbio la carta.

La sua fabbricazione iniziò nel II secolo d. C. nell’Impero Cinese. Secondo la tradizione l’inventore di questo materiale fu l’eunuco dignitario di corte Ts’ai Lun nel 105 d. C. I più antichi documenti cartacei pervenutici sono alcune lettere del 137 d. C.

In Cina la carta, fabbricata con vegetali e stracci, sostituì altri supporti come il legno, il bambù e la seta.

Fuori dalla Cina, questa materia scrittoria fu conosciuta solo dal 751 quando gli Arabi, appresa la tecnica produttiva in seguito alla cattura di due fabbricanti cinesi, impiantarono la loro prima fabbrica a Samarcanda. Di là la conoscenza e la produzione si diffusero a Bagdad, Damasco, in Persia, in Armenia e in Egitto.

La carta araba, fatta di stracci con collante d’amido, giunse in Spagna attraverso il Marocco nel X secolo e la prima cartiera europea fu impiantata dagli Arabi a Xativa nel 1151.

In Italia, la carta venne utilizzata dal XII secolo prima in Sicilia poi a Genova e a Venezia.

Le prime cartiere italiane di cui abbiamo notizia dal 1276 sono quelle di Fabriano dove nel 1320 operavano 22 fabbriche. Fondamentale per la costruzione delle cartiere era la presenza di corsi d’acqua in zona.

Nel Duecento entrarono in funzione cartiere ad Amalfi, Bologna e in Friuli. Nel secolo successivo la carta italiana, oltre al mercato locale, conquistò i paesi del nord Europa.

La tecnica di fabbricazione nell’Europa medievale rimase sostanzialmente invariata fino al XVIII secolo.

17690667_10209187453339547_1168778118_nGli stracci, selezionati, lavati e sfilacciati venivano fatti macerare in tini pieni d’acqua finché si riducevano in pasta. Nei tini erano poi immerse e quindi estratte le forme costituite da telai rettangolari di legno che trattenevano una rete di fili metallici disposti in senso orizzontale (vergelle) e verticale (filoni), nonché la filigrana che, visibile in trasparenza, permetteva di identificare la cartiera produttrice a seconda del disegno che poteva essere ad esempio, una scala o un paio di forbici.

Le forme – nelle quali era rimasto uno strato di pasta uniforme – venivano svuotate e lo strato di pasta era messo ad asciugare. Si creavano così i fogli che erano in seguito immersi in colla animale, compressi, asciugati ed impaccati.

17692278_10209187451419499_1619363446_oI formati dei fogli prodotti in Italia sono indicati su una lapide del XV secolo attualmente conservata nel Museo Civico di Bologna e sono:

imperiale, cm. 74 x 50;

reale, cm. 61,5 x 45,5;

mezzano, cm. 51,5 x 34,5;

“rezuto”, cm. 45 x 31,5.

17741194_10209187455659605_2052813608_nIl formato del libro variava a seconda che fosse in folio (un foglio di carta piegato in due), in quarto (foglio piegato in quattro), in ottavo (foglio piegato in otto) ecc.

Per identificare il formato di un libro si prendono generalmente in considerazione l’orientamento di filoni e vergelle, la posizione della filigrana, il numero delle carte che costituiscono il fascicolo, le dimensioni del foglio.

A seconda del tipo di testo si usava un formato specifico: la tipologia dei testi in quarto era varia; dai testi di letteratura più popolare alle opere cavalleresche. Fra il XV e il XVII secolo era il formato più diffuso in Italia perché maneggevole e robusto.

17742422_10209187456659630_1495327279_nL’ottavo era utilizzato per opuscoli, libretti devozionali, canzonieri e classici.

Il sedicesimo era, fino al Quattrocento, il formato dei libretti liturgici e, nel Cinquecento, divenne quello delle edizioni di classici italiani e latini. Nel Seicento si usava per commedie, almanacchi, poesie.

In trentaduesimo si stampavano dapprima opere devozionali e, dal Cinquecento, testi di poeti come, ad esempio, Torquato Tasso.

Il più piccolo formato conosciuto è il 128°, di cui si può citare l’edizione Plantin del 1570 conservata al museo Plantin-Moretus di Anversa.

 

 

 

La riabilitazione e la morte

Nel 1474, anche grazie all’influenza del Principe di Moldavia, Stefano il Grande, Vlad l’Impalatore venne riabilitato e rilasciato. Dopo il suo rilascio, Vlad l’Impalatore iniziò i preparativi per la riconquista della Valacchia e nel 1476, con il sostegno ungherese, invase il paese. La sua piccola forza consisteva in pochi valacchi fedeli, un contingente di moldavi inviato dal suo cugino, il Principe Stefano il Grande di Moldavia, un contingente di Transilvani sotto il loro Principe, Stefano Bathory e pochi boiardi valacchi insoddisfatti.
Il fratello di Dracula, Radu, era morto un paio di anni prima ed era stato sostituito sul trono della Valacchia da un altro candidato turco, Basarab il Vecchio, un membro del clan Danesti. All’avvicinarsi dell’esercito di Dracula, Basarab il Vecchio e la sua corte fuggirono, alcuni verso la protezione dei Turchi, altri al riparo delle montagne. Nel novembre del 1476 Dracula aveva riconquistato il trono della Valacchia.

Dopo l’immissione di Dracula sul trono, Stephen Bathory, tornò in Transilvania portando con se la maggior parte del suo esercito e lasciando la posizione tattica di Dracula molto debole. Dracula ebbe poco tempo per riorganizzare le sue forze, prima che un grande esercito turco entrasse il Valacchia determinato a far tornare Basarab il Vecchio sul trono.
La crudeltà di Dracula nel corso degli anni avevano convinto i boiardi che avrebbero avuto una maggiore probabilità di sopravvivere sotto il principe Basarab. A quanto pare, anche i contadini, stanchi dell’Impalatore, lo abbandonarono al suo destino. Dracula fu costretto a marciare per incontrare i turchi con le piccole forze a sua disposizione, un po’ meno di quattro mila uomini.Vlad 6

Dracula fu ucciso in circostanze misteriose durante una battaglia contro i turchi nei pressi della città di Bucarest, nel dicembre del 1476. Alcuni rapporti dicono che sia stato assassinato dagli sleali boiardi valacchi proprio mentre stava per spazzare via i turchi dal campo. Altri raccontano che Dracula cadde in battaglia, circondato dai corpi delle sue fedeli guardie del corpo moldave (le truppe del principe Stefano il Grande di Moldavia rimase con Dracula, dopo che Stephen Bathory tornò in Transilvania). Ancora altri rapporti sostengono che Dracula, al momento della vittoria, fu accidentalmente colpito da uno dei suoi uomini.
Il corpo di Dracula venne decapitato dai turchi e la testa fu inviata a Costantinopoli, dove venne mostrata al sultano sulla punta di un palo, come prova che l’impalatore era finalmente morto.
Non si sa con esattezza dove siano conservati i suoi resti. Una ipotesi è che il corpo di Vlad l’Impalatore possa essere situato presso il Monastero Comana. Un’altra ipotesi è che Vlad l’Impalatore sia sepolto di fronte all’altare del Monastero di Snagov, su di un’isola vicino Bucarest dove, nel 1935, venne esumato un corpo riccamente vestito, ma decapitato

 

Gli anni della prigionia

Nel 1462 Dracula fuggì in Transilvania per cercare l’aiuto del re d’Ungheria Matthias Corvinus, quando l’esercito turco conquistò la Valacchia. Invece di ricevere l’assistenza che prevedeva, il Re lo fece arrestare ed imprigionare in una torre nei pressi di Buda. La durata esatta della prigionia di Vlad l’Impalatore è dubbia, anche se si presume che sia durata dal 1462 fino al 1474….
Per la maggior parte del periodo di carcerazione di Dracula, suo fratello Radu il Bello governò la Valacchia come vassallo del sultano ottomano. Quando Radu morì (ca. 1474-1475), il Sultano nominò come Principe di Valacchia Basarab il Vecchio, un membro del clan Danesti.
Durante la sua prigionia Dracula rinunciò anche alla fede ortodossa e adottò quella cattolica. La politica apertamente a favore degli Ottomani del nuovo Principe di Transilvania, Radu e del suo successore Basarab il Vecchio, fu un fattore importantissimo nella riabilitazione di Dracula.
Vlad 5Anche se i racconti russi indicano che Vlad sia stato imprigionato dal 1462 fino al 1474, pare che il periodo di effettiva prigionia di Dracula sia stato di circa quattro anni, dal 1462 fino al 1466. Vlad venne liberato, ma restò a Buda sino al 1474; egli riuscì a tornare a poco a poco nelle grazie del sovrano ungherese, tanto che sposò Ilona Szilágyi, una cugina del Re e, negli anni precedenti al suo rilascio, visse con lei in una casa nella capitale ungherese.
Intorno al 1465, Ilona gli diede due figli: il maggiore, Vlad IV Dracula, che trascorse la maggior parte del suo tempo al seguito del Re Matthias Corvinus, mentre il più giovane, il cui nome è sconosciuto, fu vescovo di Oradea in Transilvania fino al 1482, quando si ammalò, per poi ritornare a Buda, dove morì.

Negli anni trascorsi tra la sua liberazione ed il 1474, quando iniziò i preparativi per la riconquista della Valacchia, Dracula risiedeva con la sua nuova moglie in una casa nella capitale ungherese.
Un aneddoto di quel periodo racconta di come un capitano ungherese inseguì un ladro sin dentro la casa di Dracula. Dracula, quando scoprì gli intrusi, uccise l’ufficiale ungherese, piuttosto che il ladro. Interrogato sul suo operato dal Re, Dracula rispose che: “un gentiluomo non entra alla presenza di un grande sovrano senza essere annunciato”, il capitano non aveva seguito il corretto protocollo e quindi dovette subire l’ira del Principe.

Vlad III – Il primo regno di Vlad III Dracula

Nel 1448, dopo aver ricevuto la notizia della morte di Vlad II Dracul e di suo figlio Mircea, i Turchi rilasciarono Dracula, ritenendolo il legittimo erede al trono di Valacchia, e gli fornirono un esercito con il quale riuscì a riconquistare il trono di Valacchia con il nome di Vlad III Dracula. In questa occasione governò per soli due mesi (ottobre e novembre), dopo di chè János Hunyadi costrinse Dracula a cedere il trono e fuggire da suo cugino, il principe di Moldavia Bogdan II, mentre János Hunyadi, ancora una volta rimise Basarab II (il pretendente del clan Danesti) sul trono della Valacchia.

L’esilio di Vlad Dracula Dracula fu costretto all’esilio per molti anni, prima di tornare a Valacchia per uccidere Vlad 3il Principe Basarab II, e reclamare il trono di Valacchia. Vlad fuggì in Moldavia, dove visse sotto la protezione dello zio, Bogdan II. Nel mese di ottobre 1451, Bogdan fu assassinato. Le turbolenze derivanti in Moldavia costrinsero Dracula a fuggire in Transilvania e cercare la protezione del nemico della sua famiglia, János Hunyadi. Colpito dalla vasta conoscenza di Vlad della mentalità e meccanismi interni dell’impero ottomano, come pure dal suo odio per il figlio del sultano, János Hunyadi si riconciliò con il suo rivale e lo fece suo consigliere. Intanto il fantoccio di János Hunaydi sul trono di Valacchia, Basarab II, aveva istituito una politica favorevole ai Turchi, mentre János Hunyadi aveva bisogno in Valacchia di un uomo più affidabile. Di conseguenza, János Hunyadi accettò l’alleanza con il suo nemico ritenendolo l’adeguato candidato ungherese al trono della Valacchia. Dracula divenne vassallo di János Hunyadi e ricevette in cambio i ducati transilvani di Faragas e Almas, già appartenuti a suo padre. Dracula rimase in Transilvania, sotto la protezione di János Hunyadi, fino al 1456, quando ebbe l’occasione di riprendere la Valacchia da Basarab II. Nel 1453 il mondo cristiano venne sconvolto dalla caduta finale di Costantinopoli. Gli Ottomani, sotto il Sultano Maometto II avevano preso Costantinopoli dopo un prolungato assedio, mettendo fine alla presenza cristiana nel Mediterraneo orientale. L’Impero Romano d’Oriente, che esisteva fin dai tempi di Costantino il Grande e che per mille anni aveva protetto il resto della cristianità dall’Islam non c’era più. Nel 1456, tre anni dopo che gli ottomani avevano conquistato Costantinopoli, minacciarono l’Ungheria con l’assedio di Belgrado. János Hunyadi decise subito un’altra campagna contro i Turchi ed invase la Rumelia ottomana ma, colpito dalla peste diffusasi nel suo accampamento, morì. Nel frattempo Vlad Dracula, che era riuscito ad assicurarsi il supporto del Re d’Ungheria Ladislao il Postumo, invase la Valacchia, riuscì ad uccidere Basarab II, che intanto si era allalleato con gli Ottomani e riprendere il trono della Valacchia; purtroppo la morte di János Hunaydi rendeva la sua permanenza quanto meno precaria. Per una volta almeno, Dracula si sentiva costretto a tentare di placare i turchi, mentre consolidava la sua posizione.

Vlad III – Il secondo regno di Vlad III Dracula

Il secondo periodo di regno di Dracula si estese dal 1456 al 1462. La capitale della Valacchia era la città di Tirgoviste mentre il castello di Dracula venne costruito ad una certa distanza tra le montagne vicino al fiume Arges. Vlad trovò la Valacchia in uno stato miserabile: la guerra continua aveva provocato il dilagare della criminalità, la produzione agricola era ridotta ed il commercio era scomparso. Occorreva ristabilire l’ordine, la prosperità ed una economia stabile, indispensabile per resistere ai nemici esterni. Quando arrivò al potere, Vlad III Dracula, sapeva che la causa principale delle condizioni miserabili della Valacchia era dovuta all’oziosità dei Boiardi e sapeva anche che questi avevano congiurato per ottenere la morte di suo padre e di suo fratello maggiore. La maggior parte delle più raccapriccianti atrocità associate con il nome di Dracula si svolsero in questi anni. A Vlad occorse quasi un decennio per vendicarsi dei Boiardi; completò l’operazione una Domenica di Pasqua intorno al 1457. I Boiardi più anziani e le loro famiglie furono immediatamente impalati. Da quel momento venne chiamato da tutti “Vlad l’Impalatore”. Vlad intendeva stabilire il suo potere su una base moderna e assolutamente sicura. Vlad l’Impalatore diede le posizioni nel suo consiglio, tradizionalmente appartenenti ai boiardi più anziani, a persone di origini oscure, che sarebbero state fedeli a solo lui. Per gli incarichi minori, Vlad l’Impalatore sostituì i boiardi con cavalieri, contadini liberi ed alcuni stranieri. Dal momento che i Boiardi della Valacchia erano legati ai Sassoni di Transilvania, nel 1459 Vlad agì anche contro di loro, eliminando i loro privilegi commerciali, razziando e incendiando le città di Sibiu, Brasov e Kronstadt ed impalando i loro abitanti sulle colline circostanti. La lotta contro i Sassoni era motivata sia dalla necessità di proteggere il commercio della Valacchia, sia perché loro davano supporto ad altri pretendenti al trono della Valacchia. Dracula doveva stare costantemente in guardia contro i seguaci del clan Danesti. Diversi membri di questo clan morirono per mano di Dracula. Vladislav II venne ucciso poco dopo che Dracula salì al potere nel 1456. E’ molto probabile che le sue incursioni in Transilvania erano volte a catturare altri potenziali pretendenti al trono. Diversi membri della famiglia Danesti morirono per mano di Vlad l’Impalatore, tra cui un principe Dan III, sospettato di aver preso parte all’assassinio di suo fratello Mircea. Vlad l’Impalatore lo condannò a morte e lo costrinse a a scavarsi una fossa e leggere il suo necrologio in ginocchio, prima di gettarvisi dentro. Vlad l’Impalatore poi ordinò che migliaia di cittadini del principe, che avevano dato riparò al suo rivale, venissero impalati. Fu anche durante questo periodo che Dracula svolse le sue più famose prodezze militari contro i turchi. Nel 1459 la Valacchia controllava il suo lato del Danubio, ma anche il sultano Maometto II voleva avere il controllo del fiume, visto che, attraverso il fiume, da tutto il Sacro Romano Impero potevano essere lanciati gli attacchi navali contro il suo impero. Il 26 settembre 1459, Papa Pio II chiese una nuova crociata contro gli ottomani e il 14 gennaio 1460, al congresso di Mantova, il Papa proclamò ufficialmente una crociata della durata di tre anni. Tuttavia l’unico leader europeo che mostrò entusiasmo per la crociata fu Vlad l’Impalatore, che il Papa teneva in grande considerazione. Nello stesso anno Maometto II inviò da Vlad i suoi ambasciatori, perché ritardava a pagare il tributo di 10.000 ducati e 500 giovani ragazzi da mandare in Turchia. Vlad si rifiutò di pagare i tributi ai turchi e, per provocare il sultano fece inchiodare il copricapo alla testa degli ambasciatori che si erano rifiutati per motivi religiosi di scoprirsi in sua presenza, iniziando una crociata personale con il supporto del Re d’Ungheria Hunyadi Matyas.

Nel frattempo, il Sultano ricevette un rapporto dalle sue spie che lo informava dell’alleanza di Vlad l’Impalatore con il Re d’Ungheria Hunyadi Matyas. Il sultano sapeva di non poter fermare l’alleanza, così tentò di rapire Vlad l’Impalatore con un pretesto. Egli inviò il bey di Nicopoli, Hamza Pasha, per mettere in scena un incontro diplomatico con Vlad l’Impalatore a Giurgiu, ma con l’ordine di fargli un’imboscata e, successivamente, portarlo a Costantinopoli: “non importa come: con trucchi, sotto giuramento,Vlad 4 o qualsiasi altra specie di trappola”. Vlad l’Impalatore venne avvisato dell’agguato ed organizzò un altro agguato a suo vantaggio. Hamza Pasha portò con sé 1.000 cavalieri e quando attraversò il passaggio di Giurgiu, Vlad l’Impalatore lanciò un attacco a sorpresa. I valacchi circondarono i turchi e, con i loro fucilieri, spararono sulla spedizione fino a che quasi tutti vennero uccisi. I piani turchi erano stati sventati e quelli che erano stati catturati, vennero impalati; ad Hamza Pasha toccò il palo più alto, visto il suo alto rango. Nell’inverno tra il 1461 ed il 1462, Vlad sferrò un attacco a sorpresa a sud del Danubio, si mascherò come un turco, catturò la fortezza e la distrusse. Vennero uccisi oltre 24.000 turchi, impalati e impiccati a comporre una terrificante foresta di cadaveri. In una lettera a Hunyadi Matyas, datata 2 febbraio, scrisse: “Abbiamo ucciso uomini e donne, vecchi e giovani … 23.884 turchi e bulgari senza contare quelli che abbiamo bruciato vivi nelle loro case o le cui teste non sono state conteggiate fuori dai nostri soldati …”. I cristiani vennero risparmiati e molti di loro furono trasferiti in Valacchia. durante questo conflitto, la prima moglie di Vlad incontrò la morte. Vlad aveva sposato una nobildonna della Transilvania, dalla quale ebbe almeno un figlio, Mihnea cel Rau, che più tardi sarebbe stato principe di Valacchia (1508-1510). La prima moglie di Vlad l’Impalatore morì durante l’assedio del Castello Poienari, che era stato circondato dall’esercito ottomano guidato da Radu. Un arciere, dopo aver visto dietro una finestra l’ombra della moglie di Vlad l’Impalatore, tiro una freccia con un messaggio in cui avvisava Vlad l’Impalatore che l’esercito di Radu si stava avvicinando. L’arciere turco era una spia di Vlad l’Impalatore che si era convertito all’Islam per sfuggire alla schiavitù. Dopo aver letto il messaggio, la moglie di Vlad l’Impalatore, si gettò dalla torre in un affluente del fiume Arges che scorreva sotto il castello. Secondo la leggenda, si dice che lei: “avrebbe preferito che il suo corpo marcisse e fosse mangiato dai pesci dell’Arges, piuttosto che essere condotto in una prigione turca”. Oggi, l’affluente si chiama Raul Doamnei (il “fiume della Madonna”, in memoria della principessa suicida). Nell’aprile del 1462, il sultano Maometto II organizzò un esercito di circa 60.000 uomini e 30.000 irregolari sferrò una controffensiva e, attraversando il Danubio, si diresse verso Targoviste. Maometto II venne salutato da una foresta di pali sui quali Vlad l’Impalatore aveva impalato l’esercito ottomano precedente. Vlad l’Impalatore non fu in grado di fermare gli ottomani che occuparono la capitale Târgoviste il 4 giugno 1462. Successivamente, fece ricorso alla guerriglia, con piccoli attacchi e imboscate. Il più famoso di questi attacchi avvenne durante la notte tra il 16 ed il 17 giugno, quando l’armata di Vlad l’Impalatore attaccò, provocando il panico nel campo principale turco, e dove lo stesso Vlad l’Impalatore tentò di assassinare Maometto, anche se il tentativo di assassinio fallì.

L’attacco di Vlad l’Impalatore fu celebrato tra le città Sassoni della Transilvania, da Genova e da Venezia ed anche dal Papa. Un inviato da Venezia, dopo aver appreso la notizia presso la corte di Hunyadi Matyas, espresse grande gioia e disse che tutta la cristianità doveva celebrare la vittoriosa campagna di Vlad l’Impalatore. Anche i Genovesi, da Caffa, ringraziarono Vlad l’Impalatore, perchè la sua campagna li aveva salvati da un attacco di circa 300 navi che il sultano aveva pensato di spedire contro di loro. Molti turchi ora temevano Vlad l’Impalatore e lasciarono la parte europea del loro impero per trasferirsi in Anatolia. Non essendo in grado di sottomettere Vlad l’Impalatore, e demoralizzati alla vista dei loro compagni impalati, gli Ottomani abbandonarono la Valacchia e lasciarono il fratello di Vlad l’Impalatore, Radu, come responsabile della guerra. Radu finalmente riuscì a costringere Dracula a fuggire in Transilvania nel 1462. Radu conquistò anche la fiducia della nobiltà che era stata allontanata da Vlad e, nel mese di agosto 1462, concluse un accordo con Hunyadi Matyas che, a Buda, imprigionò Vlad l’Impalatore, e lasciò a Radu il trono della Valacchia.