Storia del libro e della scrittura – il manoscritto medievale

Siamo giunti alla settima puntata della storia del libro e della scrittura a cura della nostra Paola Milli! Buona lettura!

La realizzazione del manoscritto medievale

Nel medioevo i libri venivano scritti e trascritti a mano dagli amanuensi che, nella maggior parte dei casi, erano monaci o religiosi.

I luoghi adibiti alla trascrizione dei codici erano gli scriptoria. Lo scriptorium era una grande sala illuminata da numerose finestre. I monaci lavoravano il più possibile vicino a queste per avere luce a disposizione. Gli strumenti di lavoro erano: stilus, penna, calamo, raschietto, atrametaio e inchiostro. Lo stilus – bastoncino piatto nella parte superiore e acuto nella parte inferiore che veniva utilizzata per graffiare il foglio – era usato per le rigature.

Per scrivere veniva utilizzata la penna, solitamente di volatile s18051639_120332000335637946_1215240075_ngrassata e intagliata in modo più o meno aguzzo all’estremità.

Il calamo era ricavato dalle canne vegetali che veniva intagliato. Con penna e calamo c’era anche il raschietto utile per cancellare gli errori.

L’atrametaio era un vasetto che conteneva l’inchiostro nel quale veniva intinta la penna. L’inchiostro si ricavava dalla combinazione di alcuni elementi: nero fumo ricavato dalla cenere, metallo, gomma, noce di galla (prodotta dalla puntura di vari insetti sul tronco, sulle foglie o sulle radici di alcune piante), solventi.

I colori si ottenevano con l’aggiunta di minerali tritati mescolati ai solventi e venivano usati per le miniature.

Righelli e punteruoli servivano per tracciare linee dritte sul foglio come base per la scrittura.

Il lavoro si svolgeva su un leggio con piano inclinato.

Copiare un codice era spesso un lavoro di squadra: il primo ad intervenire era colui che doveva tracciare le righe sul foglio di pergamena o di carta. Queste dovevano essere sottilissime ma abbastanza evidenti da poter procedere dritti con la scrittura e lasciare spazi destinati alle miniature. La riga veniva tracciata con sottili punte di inchiostro marrone per la rigatura ad inchiostro, o con uno stilus appuntito per la rigatura a secco. Fino alla metà del XIII secolo circa non si scriveva mai sopra la prima riga.

In seguito si svolgeva l’operazione di scrittura vera e propria. Il risultato doveva essere preciso, nitido e chiaro.

Gli studiosi hanno identificato tre tipi di scrittura libraria tra le più utilizzate nei secoli: la carolina, la gotica, l’umanistica.

La carolina, utilizzata tra il IX e il XIII secolo, venne riformata da Carlo Magno nei territori dell’impero. Era una scrittura maiuscola con lettere staccate e chiare, interlinea ampia e poche abbreviazioni.

La gotica, tipica del basso medioevo, era caratterizzata da moduli ridotti, lettere schiacciate, interlinea ridotta e molte abbreviazioni. Seguiva due regole: quella delle curve contrapposte secondo cui due lettere curve si sovrapponevano; e la regola della R uncinata, in cui la R dopo una lettera con curva discendente si attaccava a questa con una specie di uncino.

La scrittura umanistica, usata nella prima parte del XV secolo, fu inventata da Poggio Bracciolini. Si ispirava alla carolina con ampia interlinea, lettere distanziate, maiuscole e titoli che imitavano la scrittura epigrafica. Non usava abbreviazioni.

18136058_120332000342133088_2139957545_nSuccessivamente alla scrittura si interveniva per il disegno di miniature e illustrazioni. Spesso chi le eseguiva non era colui che aveva scritto, ma un miniaturista specializzato che talvolta era anche pittore.

Le iniziali miniate dava risalto all’organizzazione logica del testo.

Le immagini vere e proprie erano usate come abbellimento ma anche come traduzione visiva del contenuto scritto. Le illustrazioni furono progressivamente inserite nei margini fino ad occupare l’intera pagina.

La facciata di un manoscritto poteva essere scritta ad unica colonna con margini molto ampi per annotare osservazioni (in genere libri umanistici); oppure a due colonne con uno spazio bianco centrale (era il caso dei testi sacri e dei Padri della chiesa); o a due colonne e due moduli di scrittura con il testo centrale attorniato da un commento scritto con carattere più piccolo.

I quattro margini della pagina erano: il margine interno o bianco di cucitura, il margine di testa o bianco di testa, il margine esterno, il margine di piede o bianco di piede. I margini evitavano che dita e mani coprissero o rovinassero la scrittura.

Il nome dell’autore e il titolo venivano abitualmente scritti alla fine del codice in una sezione chiamata colophon. Non esisteva il frontespizio.

L’identificazione dell’opera era data dall’incipit evidenziato dalla lettera più grande o dall’inchiostro rosso.

18136109_120332000378259100_734697795_nI fascicoli scritti dovevano infine essere rilegati. La legatura veniva effettuata a partire dalla verifica dell’ordine dei fascicoli. Seguiva la cucitura di questi che erano fissati a un elemento interno, detto nervo, in pelle o pergamena, al quale venivano uniti i piatti.

Il dorso era arrotondato e incollato per rinforzare la cucitura. Venivano posati i fogli di guardia, si rifilavano i fascicoli e si posavano i capitelli, ornamenti che nascondevano i fili della cucitura. I piatti e il dorso potevano essere ricoperti di pergamena o di pelle.

Talvolta i piatti erano di legno più o meno ornato con fregi o borchie. Il manoscritto poteva essere tenuto chiuso da fermagli applicati ai piatti.

 

Storia del Libro e della Scrittura – La Carta

Sesta Puntata della Storia della Scrittura a cura della nostra esperta Paola Milli

Se papiro e pergamena erano due supporti piuttosto difficili da produrre e quindi costosi, la materia scrittoria che contribuì alla relativa diffusione dell’alfabetismo in Europa nel basso medioevo e in età moderna fu senza dubbio la carta.

La sua fabbricazione iniziò nel II secolo d. C. nell’Impero Cinese. Secondo la tradizione l’inventore di questo materiale fu l’eunuco dignitario di corte Ts’ai Lun nel 105 d. C. I più antichi documenti cartacei pervenutici sono alcune lettere del 137 d. C.

In Cina la carta, fabbricata con vegetali e stracci, sostituì altri supporti come il legno, il bambù e la seta.

Fuori dalla Cina, questa materia scrittoria fu conosciuta solo dal 751 quando gli Arabi, appresa la tecnica produttiva in seguito alla cattura di due fabbricanti cinesi, impiantarono la loro prima fabbrica a Samarcanda. Di là la conoscenza e la produzione si diffusero a Bagdad, Damasco, in Persia, in Armenia e in Egitto.

La carta araba, fatta di stracci con collante d’amido, giunse in Spagna attraverso il Marocco nel X secolo e la prima cartiera europea fu impiantata dagli Arabi a Xativa nel 1151.

In Italia, la carta venne utilizzata dal XII secolo prima in Sicilia poi a Genova e a Venezia.

Le prime cartiere italiane di cui abbiamo notizia dal 1276 sono quelle di Fabriano dove nel 1320 operavano 22 fabbriche. Fondamentale per la costruzione delle cartiere era la presenza di corsi d’acqua in zona.

Nel Duecento entrarono in funzione cartiere ad Amalfi, Bologna e in Friuli. Nel secolo successivo la carta italiana, oltre al mercato locale, conquistò i paesi del nord Europa.

La tecnica di fabbricazione nell’Europa medievale rimase sostanzialmente invariata fino al XVIII secolo.

17690667_10209187453339547_1168778118_nGli stracci, selezionati, lavati e sfilacciati venivano fatti macerare in tini pieni d’acqua finché si riducevano in pasta. Nei tini erano poi immerse e quindi estratte le forme costituite da telai rettangolari di legno che trattenevano una rete di fili metallici disposti in senso orizzontale (vergelle) e verticale (filoni), nonché la filigrana che, visibile in trasparenza, permetteva di identificare la cartiera produttrice a seconda del disegno che poteva essere ad esempio, una scala o un paio di forbici.

Le forme – nelle quali era rimasto uno strato di pasta uniforme – venivano svuotate e lo strato di pasta era messo ad asciugare. Si creavano così i fogli che erano in seguito immersi in colla animale, compressi, asciugati ed impaccati.

17692278_10209187451419499_1619363446_oI formati dei fogli prodotti in Italia sono indicati su una lapide del XV secolo attualmente conservata nel Museo Civico di Bologna e sono:

imperiale, cm. 74 x 50;

reale, cm. 61,5 x 45,5;

mezzano, cm. 51,5 x 34,5;

“rezuto”, cm. 45 x 31,5.

17741194_10209187455659605_2052813608_nIl formato del libro variava a seconda che fosse in folio (un foglio di carta piegato in due), in quarto (foglio piegato in quattro), in ottavo (foglio piegato in otto) ecc.

Per identificare il formato di un libro si prendono generalmente in considerazione l’orientamento di filoni e vergelle, la posizione della filigrana, il numero delle carte che costituiscono il fascicolo, le dimensioni del foglio.

A seconda del tipo di testo si usava un formato specifico: la tipologia dei testi in quarto era varia; dai testi di letteratura più popolare alle opere cavalleresche. Fra il XV e il XVII secolo era il formato più diffuso in Italia perché maneggevole e robusto.

17742422_10209187456659630_1495327279_nL’ottavo era utilizzato per opuscoli, libretti devozionali, canzonieri e classici.

Il sedicesimo era, fino al Quattrocento, il formato dei libretti liturgici e, nel Cinquecento, divenne quello delle edizioni di classici italiani e latini. Nel Seicento si usava per commedie, almanacchi, poesie.

In trentaduesimo si stampavano dapprima opere devozionali e, dal Cinquecento, testi di poeti come, ad esempio, Torquato Tasso.

Il più piccolo formato conosciuto è il 128°, di cui si può citare l’edizione Plantin del 1570 conservata al museo Plantin-Moretus di Anversa.

 

 

 

Storia della Scrittura – Dal Volumen al Codex

Siamo giunti alla quinta puntata della storia della scrittura e del libro, a cura della nostra esperta Paola Milli...buona lettura!

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Nella società ellenistica e romana si scrivevano le opere letterarie su papiro preparato in rotoli. Verso il IV secolo si impose l’uso generalizzato della pergamena che portò alla grande diffusione del codex già in uso da circa tre secoli.  Con questo termine si indicò dapprima una raccolta di inventari o di archivi. Nel III secolo, dopo la riforma di Diocleziano, in Egitto codex assunse il significato di registro fiscale o di catasto mentre in Grecia, per definire un codice letterario, erano usati i sostantivi biblos o biblion da cui deriva il nostro “libro”.

17495684_10209129661334783_1817188107_nPresso i Latini con codex si indicava un insieme di tavolette legate tra loro da una cordicella. Soltanto nel III secolo il termine indicò dei quaderni di pergamena o di papiro con dei testi letterari. La prima attestazione letteraria in tal senso si incontra in un poema di Commodiano.

Dapprima, in Grecia e a Roma, si utilizzò la tavoletta da scrittura, di cera o di legno, probabilmente di origine orientale, per i conti, i testamenti, la registrazione delle nascite o per gli esercizi a scuola. Si legavano le tavolette per due, tre o più, e ciò dava il dittico, il trittico, ecc. Si praticava un foro nel quale passava una cordicella che le teneva unite.

Successivamente, invece delle tavolette, si iniziò ad utilizzare pezzi di pergamena uniti tra di loro per formare un libretto che fu il precursore immediato del codice vero e proprio. Dal libretto di pergamena al codice letterario il passo fu breve anche se il rotolo di papiro era ancora considerato il supporto nobile delle opere letterarie.

I cristiani, tuttavia, fin dal II secolo, adottarono prevalentemente il codice per raccogliere i loro testi. Era per loro un modo di sottolineare la differenza con gli Ebrei che ancora scrivevano i volumina, ma ancor più il mezzo per imporsi attraverso la mediazione peculiare dei loro scritti nella società culturale del mondo greco-romano.

17495703_10209129673295082_213076711_nRagioni pratiche ed economiche possono aver spinto i cristiani ad adottare il codice con rapidità e determinazione. Essi dovettero apprezzare la comodità dell’oggetto nei loro viaggi missionari. Questo formato poteva raccogliere passi paralleli delle Scritture, rendendole più facili da consultare.  Importante, inoltre, fu il costo relativamente contenuto del prodotto, la sua solidità e la possibilità di ampliarne il contenuto a volontà, senza i limiti imposti dal rotolo.

Nella tarda antichità e nel medioevo furono elaborate precise regole per la fattura dei codici: essi erano costituiti da fascicoli di due, tre, quattro, cinque o al massimo sei fogli di pergamena che erano squadrati e rigati con punte metalliche a secco.

Dall’XI-XII secolo si cominciò anche ad utilizzare la rigatura a punta di piombo che sul foglio appariva azzurrastra.

In epoca tardo-antica non si usava numerare le pagine, bensì i soli fascicoli. Dall’XI secolo si affermò l’abitudine di apporre al termine di ogni fascicolo il richiamo, cioè l’indicazione della prima o delle prime parole della prima carta del fascicolo seguente per evitare errori in fase di rilegatura.

La numerazione delle carte – prima con cifre romane e poi con quelle arabiche – entrò in uso nel XIII secolo.

Antichissimo è l’uso di eradere la scrittura vergata su un libro mediante raschiatura con pomice per riutilizzarne la materia scrittoria. Venivano erasi testi considerati inutili perché superati.

 

Si immergevano per una notte nel latte i fogli di pergamena che si volevano riutilizzare, strofinandoli con una spugna per togliere l’inchiostro, quindi li si ricopriva con la farina per non farli seccare e li si spianava sotto un peso. Infine li si lisciava con pietra pomice e li si riduceva tagliandoli al nuovo formato – necessariamente più piccolo – che si voleva realizzare. I codici così creati sono detti palinsesti.

 

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STORIA DEL LIBRO E DELLA SCRITTURA – LA PERGAMENA

A Cura di Paola Milli

La pergamena, in latino membrana o vellum, prende nome dalla città di Pergamo, nell’Asia minore, dove, secondo la tradizione riferita da Plinio il Vecchio, sarebbe stata introdotta attorno al II secolo a.C., in sostituzione del papiro. Pergamo allora era sede di una biblioteca in grado di rivaleggiare con quella di Alessandria d’Egitto.

Si tratta di pelle di agnello – ma anche di pecora, capra o vitello – lavorata con una tecnica particolare che la rende sottile rigida e resistente.

Dopo un accurato lavaggio e dopo essere stata liberata dal pelo, la pelle viene resa morbida mediante immersione in una soluzione di acqua e calce, quindi scarnata e sbiancata con ammoniaca. Infine viene fatta essiccare tesa su un telaio.

Nel caso di pelli di agnello, queste vengono rifinite nella parte interna, detta carne, tramite la scarnitura e nella parte esterna, detta fiore, con la raschiatura, eseguite con appositi strumenti. Il prodotto così ottenuto presenta la rigidità e la consistenza della carta grazie all’allineamento delle fibre di collagene in strati dovuto al processo di essiccatura sotto tensione.

Dal largo utilizzo della pelle di pecora deriva l’altro nome con cui è nota: cartapecora.

Fu utilizzata fin dall’antichità perché, a differenza del papiro, poteva essere scritta facilmente su entrambi i lati, caratteristica che si rese importante quando il formato del libro passò dal rotolo al codice, nel I secolo d. C., piegando la pergamena in quaterni.

Nel mondo antico non ebbe grande diffusione poiché il papiro era meno costoso. Tuttavia, il più antico frammento scritto arrivato a noi risale alla XX dinastia egizia, intorno al 1186-1070 a.C., mentre il più antico documento greco pervenutoci è del 195 a.C. ed è stato rinvenuto a Dura-Europos. I primi frammenti noti di opere letterarie sono del II-III secolo d.C.

In campo librario la cartapecora sostituì il papiro fra il III e il VI secolo mentre in campo documentario si affermò definitivamente intorno all’VIII secolo. Fino al Duecento, in Europa fu l’unica materia scrittoria ma in seguito fu lentamente sostituita dalla carta.

A seconda delle epoche e delle regioni, era prodotta in molteplici qualità e colorazioni. Nei codici tardo-antichi si presenta è sottile e ben lavorata, come lo sarà in alcuni grandi centri scrittori del Duecento e in manoscritti italiani del Quattrocento.

17101661_10208973952762166_827532182_nNell’Alto Medioevo, invece, la qualità subì un notevole peggioramento. La pergamena utilizzata negli scriptoria dei monasteri irlandesi, inglesi e delle loro fondazioni nel continente – come Fulda e Bobbio – aveva una colorazione grigiastra e una consistenza rigida dovute all’utilizzazione di pelli bovine. L’uso di pergamene bovine a Bobbio fu però limitato ai secoli VIII-IX.

16990418_10208973949602087_49233056_oDal IV al VI secolo si diffuse l’usanza di colorare la pergamena, ripresa poi in epoca carolingia e umanistica.

Furono prodotte pergamene purpuree utilizzate per la scrittura di libri o documenti particolarmente solenni redatti con inchiostri d’argento o d’oro. Un esempio è il Codex Purpureus Rossanensis, conservato nel Museo Diocesano di Rossano, databile al VI secolo.

Nell’alto Medioevo, per scarsità di materia prima, si diffuse la consuetudine di riutilizzare antichi libri manoscritti danneggiati i cui testi venivano raschiati per essere riscritti. I libri così prodotti sono detti palinsesti – dal greco πάλιν ψηστός, pàlin psestòs, raschiato di nuovo – oppure, in latino, codices rescripti.

L’impiego della pergamena continuò anche dopo l’invenzione della stampa. Nel Quattrocento e agli inizi del Cinquecento era diffusa l’abitudine di stampare e miniare libri in questo materiale per imitare i manoscritti soprattutto nei casi di opere liturgiche e di devozione come i Libri d’ore. Membranacei erano anche gli statuti, raccolte di norme emanate dai vari governi cittadini.

Le pergamene destinate alla legatoria –uso che si diffuse dal XVI secolo in poi – erano spesse e scure, quelle utilizzate per la scrittura di testi erano generalmente più chiare e sottili. Per documenti di particolare rilevanza erano utilizzate, invece, pergamene molto bianche e sottili ricavate dal trattamento di pelli di animali giovanissimi o nati morti.

17124369_10208973954882219_1813204813_nNel XVI e XVII secolo era largamente in uso nella legatoria la pergamena suina particolarmente adatta alle legature di volumi di grande dimensione.

Fuori del mondo greco-latino, la cartapecora fu largamente adoperata in tutta l’area del Vicino e Medio Oriente, in Persia, Siria e Armenia.

Gli Arabi la utilizzarono a partire dal V secolo d.C. e continuarono in seguito ad adoperarla – sia in campo librario, sia in campo documentario – in concorrenza con il papiro e la carta.

In Etiopia fu la principale materia scrittoria per i codici religiosi fino all’Ottocento. In America, alcuni manoscritti Maya sono su fogli di pelle di daino.

Anche in Europa, quasi tutti i documenti emessi da sovrani, imperatori e papi continuarono ad essere scritti su questo supporto ben oltre la fine del XIX secolo. E, anche se più raramente, la pergamena fu utilizzata anche per la tipografia fino alla fine del XIX secolo.

 

IL PAPIRO

Terzo episodio con la Storia della Scrittura e del Libro – a cura di Paola Milli

 

Uno dei più antichi materiali utilizzati come supporto per i testi scritti è il papiro. Molti documenti prodotti dalla civiltà egizia sono su questo materiale di origine vegetale e sono giunti fino a noi grazie al clima caldo e secco dell’Africa del Nord.

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Paleografia, Filologia ed Ecdotica

Seconda puntata della “Storia della Scrittura e del Libro” a cura di Paola Milli

Le discipline che studiano la scrittura e i libri

I testi scritti e i supporti che li contengono sono stati in passato e sono tuttora oggetto di studio di diverse discipline: le più note sono la paleografia, la filologia e l’ecdotica.

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Le origini della scrittura in Mesopotamia

A cura di Paola Milli

Gli antenati dei libri: vasi e tavolette d’argilla

La storia del libro come raccoglitore di testi di vario genere ha radici lontanissime che affondano in millenni di storia. Oggi siamo abituati a vedere libri con pagine di carta o in formato digitale, ma i supporti per la scrittura nei millenni sono stati vari, a partire da pietre e da suppellettili usate per la vita quotidiana.

Le prime civiltà mesopotamiche, circa venti secoli prima di Cristo, utilizzarono il disegno su vasi di terracotta e i caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla per fini pratici.

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Sono stati trovati dagli archeologi elenchi di prodotti alimentari stivati nei magazzini, registri contabili e di scambio di merci scritti con una tecnica cuneiforme. I caratteri si scrivevano da sinistra a destra mediante uno stilo di canna dura o metallo, la cui punta acuminata affondava nell’argilla. In origine i segni erano pittografici e riproducevano schematicamente gli oggetti; in seguito divennero lineari e acquistarono la forma di cunei quando si cominciò a scrivere nell’argilla ancora molle, su cui era impossibile segnare con chiarezza le linee. Col tempo i segni divennero più semplici e più simmetrici mentre il fonetismo – l’espressione dei suoni – soppiantava definitivamente l’ideografismo.

Centinaia di migliaia di tavolette in argilla incise costituiscono le biblioteche che ci sono state tramandate dalle genti sumere, accadiche, fino agli Assiri e ai Babilonesi.

I caratteri cuneiformi permettevano di scrivere non solo contratti di prestito, affitti e razioni alimentari, ma anche i sentimenti, le vicissitudini, le angosce, le necessità, le conoscenze mediche e religiose delle prime civiltà della storia.

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La tecnica scrittoria, tuttavia, era piuttosto complessa e alla portata di pochissime persone – di solito funzionari statali – molto specializzate: gli scribi. Essi erano il filtro attraverso cui ci è stata tramandata la voce dei potenti, ma anche la sofferenza degli oppressi.

Gli scribi accreditati nei centri mesopotamici di circa 4000 anni fa svolgevano l’opera fondamentale di ricopiare o tradurre in accadico il patrimonio letterario del millennio precedente.

Un esempio molto noto di questo lavoro è quello dell’epopea di Gilgamesh risalente a circa 4500 anni fa, tra il 2600 a.C. e il 2500 a.C. In esso numerose leggende sumeriche sul dio-re della Uruk arcaica vennero riprese e riscritte creando un’opera di grande diffusione nei millenni successivi, il più antico poema epico che sia giunto fino a noi.

Del testo possediamo, oltre all’edizione principale allestita per la biblioteca del re Assurbanipal e ora conservata nel British Museum di Londra, altre versioni più antiche e frammentarie. Tavolette cuneiformi che lo riportano sono state trovate in Anatolia, scritte in lingua ittita e hurrita, in Siria e in Israele. Il testo ha avuto grande influenza nella letteratura, nella religione e nell’arte dell’antico Oriente e ha ispirato alcuni passi biblici dell’Antico Testamento.

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 L’epopea di Gilgamesh, primo poema epico della storia

Di colui che vide ogni cosa, voglio narrare al mondo;

di colui che apprese e che fu esperto in tutte le cose.

Di Gilgamesh, che raggiunse la più profonda conoscenza,

che apprese e fu esperto in tutte le cose.

Egli esplorò ogni paese

ed imparò la somma saggezza.

Egli vide ciò che era segreto, scoprì ciò che era celato,

e riportò indietro storie di prima del diluvio.

Egli percorse vie lontane, finché stremato, trovò la pace     

e fece incidere tutte le sue fatiche su una tavoletta di pietra.

 

Così inizia l’epopea di Gilgamesh, eroe che alcuni studiosi identificano con il quinto sovrano della prima dinastia di Uruk, secondo la Lista Reale sumerica. Egli è figlio della dea Ninsun e di Lugalbanda, re di Uruk ed è considerato in parte dio e in parte uomo.

Il poema narra l’amicizia tra il Gilgamesh e un altro eroe, Enkidu, creato con la missione di punirlo per la tirannide esercitata a Uruk. I due in principio si combattono fino a quando Enkidu riesce ad avere ragione del nemico. In seguito, però, tra Gilgamesh ed Enkidu nasce una grande amicizia e insieme compiono diverse gesta eroiche tra le quali l’uccisione di Khumbaba, una creatura mostruosa.

In seguito a tale azione, però, Enkidu muore e l’amico disperato, allora, cerca in tutti i modi di ridargli la vita.

Le tavolette ritrovate ci tramandano tre diverse conclusioni della vicenda: nella prima Gilgamesh, dopo tante fatiche, torna a Uruk e ne diviene il sovrano; nella seconda muore e diventa intermediario tra il mondo dei vivi e gli Inferi. La terza variante fa terminare il poema col dialogo tra il re e lo spirito di Enkidu.

In ogni caso questo testo può essere considerato l’antesignano dei testi letterari e le tavolette che lo riportano sono i primi “libri” prodotti. Da allora in poi molti sono stati i materiali e le forme dei supporti utilizzati dagli uomini per comunicare e tramandare vicende e sentimenti.